Stati Uniti e Cina verso la guerra spaziale: la nuova corsa ai satelliti da combattimento

Centro di Space Domain Awareness della Space Force
Centro di Space Domain Awareness della Space Force

Dalla sorveglianza orbitale ai satelliti “cacciatori”: Washington, Pechino e Mosca stanno sviluppando capacità per disturbare, neutralizzare o manovrare attorno ai sistemi spaziali avversari. Lo spazio è ormai un dominio operativo decisivo della competizione strategica.


La competizione tra grandi potenze sta entrando in una nuova dimensione: l’orbita terrestre è diventata un ambiente strategico nel quale si preparano anche le guerre del futuro. Satelliti per comunicazioni, navigazione, intelligence e allerta missilistica sono ormai indispensabili per le operazioni militari moderne e, proprio per questo, rappresentano obiettivi sempre più importanti.

La nuova Space Threat Fact Sheet della United States Space Force, aggiornata a luglio 2026, identifica in particolare Cina e Russia come i principali sviluppatori di capacità counterspace, cioè sistemi destinati a disturbare, degradare, ingannare o distruggere le capacità spaziali statunitensi.
Ma il fenomeno è più ampio. Un’analisi Reuters del settembre 2026, basata su documenti, dati di tracciamento orbitale e interviste a funzionari ed ex funzionari militari, mostra come Washington e Pechino stiano sperimentando sistemi sempre più sofisticati: satelliti capaci di avvicinarsi ad altri veicoli spaziali, effettuare ispezioni, modificare la propria orbita e, potenzialmente, catturare o neutralizzare un bersaglio.

Lo spazio diventa un campo di battaglia

Per decenni i satelliti militari sono stati considerati soprattutto strumenti di supporto alle operazioni terrestri. Oggi questa distinzione è sempre meno valida.
Un satellite può fornire immagini di un teatro operativo, permettere comunicazioni sicure, contribuire alla navigazione, individuare il lancio di un missile o sostenere una catena di comando. Colpire quel satellite significa quindi interferire direttamente con la capacità militare dello Stato che lo utilizza.
La NATO considera ormai lo spazio un dominio operativo a tutti gli effetti. L’Alleanza sottolinea che le proprie forze dipendono dai sistemi spaziali per comunicazioni, intelligence, navigazione e rilevamento dei lanci missilistici e riconosce che satelliti e infrastrutture spaziali possono essere soggetti a interferenze, attacchi informatici e sistemi antisatellite.
La dipendenza non riguarda però soltanto le forze armate. Agricoltura, trasporti, telecomunicazioni, banche, meteorologia e numerosi servizi civili dipendono quotidianamente dalle infrastrutture spaziali. Un conflitto orbitale avrebbe quindi conseguenze ben oltre il campo di battaglia.

La Cina accelera

Secondo la Space Force, la Cina rappresenta la principale sfida strategica nel settore spaziale. Pechino sta aumentando rapidamente il numero dei satelliti e sviluppando sistemi destinati sia alla sorveglianza sia alle operazioni counterspace. La Space Threat Fact Sheet indica oltre 1.500 payload cinesi in orbita dopo 37 lanci effettuati entro giugno 2026 e più di 510 satelliti ISR, dotati di sensori ottici, multispettrali, radar e a radiofrequenza. Parallelamente, Pechino sta costruendo grandi costellazioni satellitari in orbita bassa per le comunicazioni.
Il dato quantitativo è importante, ma ancora più significativa è l’evoluzione qualitativa.
La Cina sta sperimentando satelliti capaci di effettuare “proximity operations“, cioè manovre di avvicinamento e operazioni ravvicinate nei confronti di altri veicoli spaziali.
Il satellite SJ-21, per esempio, nel 2022 ha spostato un satellite BeiDou ormai dismesso verso un’orbita cimitero sopra la geostazionaria. Una tecnologia apparentemente destinata alla manutenzione o alla rimozione dei detriti può tuttavia avere anche applicazioni militari.
È proprio questa ambivalenza a rendere particolarmente complesso il nuovo ambiente strategico: la stessa tecnologia può essere utilizzata per riparare un satellite, rimuovere detriti oppure avvicinarsi a un satellite avversario.

La risposta americana: dalla protezione alla capacità offensiva

Gli Stati Uniti stanno rispondendo costruendo una postura spaziale sempre più orientata alla resilienza, alla deterrenza e alla capacità di contrastare un eventuale attacco.
Il cambiamento riguarda anche la concezione stessa del satellite. In passato la priorità era mantenere il veicolo nella propria orbita e proteggerlo. Oggi acquistano importanza la manovrabilità, la capacità di modificare rapidamente traiettoria e posizione e la possibilità di operare in prossimità di altri satelliti.
Un esempio emblematico è l’X-37B, lo spazioplano militare statunitense riutilizzabile. La Space Force lo presenta come una piattaforma destinata a test ed esperimenti orbitali; la sua lunga permanenza nello spazio e la capacità di rientrare autonomamente sulla Terra ne fanno tuttavia uno degli strumenti più interessanti della nuova strategia americana.
La dimensione operativa emerge anche dalla cooperazione con gli alleati. Secondo Reuters, Stati Uniti e Regno Unito hanno condotto un’operazione congiunta nella quale un satellite americano è stato fatto passare vicino a un satellite britannico mentre il cinese Shiyan 12-01 transitava nelle vicinanze. La missione è stata presentata come dimostrazione della capacità alleata di operare insieme nello spazio. Il messaggio strategico è evidente: non si tratta più soltanto di osservare lo spazio, ma di dimostrare di poterci operare in modo attivo.

Russia: la minaccia asimmetrica

La Russia rimane il secondo grande protagonista della competizione counterspace.
La Space Force evidenzia il test del missile antisatellite Nudol del novembre 2021, che distrusse un satellite sovietico ormai fuori servizio generando circa 1.500 frammenti tracciabili. Il test dimostrò concretamente la capacità di Mosca di colpire un bersaglio orbitale e produsse una nube di detriti potenzialmente pericolosa per numerosi altri satelliti.
Mosca dispone inoltre di capacità di guerra elettronica, sistemi laser e satelliti capaci di condurre operazioni ravvicinate.
Particolarmente controversa è la questione di una possibile arma antisatellite nucleare basata nello spazio. Gli Stati Uniti accusano la Russia di sviluppare una simile capacità, mentre Mosca nega di voler schierare un’arma nucleare antisatellite in orbita.
Il problema sarebbe enorme: un’esplosione nucleare in orbita potrebbe generare effetti indiscriminati su migliaia di satelliti, compromettendo infrastrutture civili e militari a livello globale.

La guerra nello spazio non significa necessariamente esplosioni

Uno degli aspetti più importanti della nuova competizione è che una guerra spaziale potrebbe iniziare senza che venga distrutto un solo satellite.
Esistono infatti diverse categorie di capacità counterspace: attacchi diretti con missili antisatellite, sistemi co-orbitali, guerra elettronica, armi a energia diretta, attacchi cyber e strumenti di sorveglianza dello spazio. La Secure World Foundation utilizza proprio queste categorie per analizzare l’evoluzione delle capacità globali.
Il jamming, per esempio, può disturbare le comunicazioni o i segnali di navigazione senza produrre detriti. Un laser può accecare temporaneamente un sensore. Un attacco informatico può compromettere un sistema di controllo. Un satellite può invece avvicinarsi a un altro veicolo e raccogliere informazioni senza necessariamente distruggerlo.
È una forma di conflitto più difficile da attribuire e, potenzialmente, più difficile da gestire diplomaticamente.

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La questione giuridica

La crescente militarizzazione dello spazio pone inevitabilmente anche una questione giuridica.
Il Trattato sullo spazio extra-atmosferico del 1967 vieta agli Stati di collocare in orbita terrestre armi nucleari o altre armi di distruzione di massa e stabilisce principi fondamentali per l’utilizzo pacifico dello spazio. Non vieta però in maniera generale tutte le armi convenzionali nello spazio.
È proprio questa distinzione a lasciare aperta una parte significativa della competizione attuale.
Le potenze possono sviluppare sistemi antisatellite terrestri, capacità di guerra elettronica, satelliti manovrabili e altre tecnologie counterspace senza necessariamente violare il divieto specifico previsto dal Trattato.
Da qui nasce una delle principali sfide della governance spaziale contemporanea: aggiornare le norme internazionali senza impedire l’uso pacifico e commerciale dello spazio.

La nuova frontiera della deterrenza

La corsa allo spazio non è quindi soltanto una nuova competizione tecnologica. È una trasformazione della deterrenza.
Se la superiorità militare sulla Terra dipende sempre più da satelliti e infrastrutture spaziali, la capacità di proteggere questi sistemi diventa parte integrante della potenza militare.
La NATO ha già riconosciuto che un attacco contro sistemi spaziali alleati può avere conseguenze sulla sicurezza collettiva e che la risposta deve essere integrata nella strategia di deterrenza dell’Alleanza.
Il problema è evitare che la deterrenza produca una spirale incontrollabile. Più Stati sviluppano capacità offensive per proteggersi, più gli avversari percepiscono una minaccia e accelerano a loro volta i propri programmi.
È la classica dinamica della corsa agli armamenti, trasferita però in un ambiente nel quale ogni esplosione può produrre migliaia di detriti e nel quale un attacco contro un singolo satellite può avere conseguenze globali.
La vera sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un equilibrio tra deterrenza, resilienza, innovazione tecnologica e stabilità strategica. La guerra nello spazio potrebbe non essere ancora iniziata, ma le principali potenze stanno già costruendo gli strumenti con cui combatterla.


Foto copertina: Centro di Space Domain Awareness della Space Force