Il prossimo 11 giugno si terrà la partita inaugurale dei Mondiali di calcio 2026 presso lo stadio Atzeca, tanto caro agli italiani, di Città del Messico. La kermesse di quest’anno si articolerà in tre paesi, Messico, Stati Uniti e Canada, diventando il primo ad abbracciare questo format transfrontaliero. Dialogo con Valerio Moggia.
Di Riccardo Fiori
Il prossimo 11 giugno si terrà la partita inaugurale dei Mondiali di calcio 2026 presso lo stadio Atzeca, tanto caro agli italiani, di Città del Messico. La kermesse di quest’anno si articolerà in tre paesi, Messico, Stati Uniti e Canada, diventando il primo ad abbracciare questo format transfrontaliero.
Nel Secolo del Calcio, il XX°, i Mondiali di calcio hanno contribuito non solo a scandire i decenni, ma sono stati capaci di diventare cartina tornasole di nazioni, culture e momenti storici.
Quali riflessioni possiamo trarre dalla così vicina prossima edizione? Ne parliamo con Valerio Moggia, giornalista sportivo, che collabora, tra i tanti, con Domani ed Il Post, nonché attivo sui social e sulle piattaforme podcast con il suo blog Pallonate in Faccia[1] e autore di “La coppa del morto” (Ultra editore, 2022 – acquista qui).
La FIFA sceglie il Sudafrica, primo paese africano, per ospitare i Mondiali del 2010 nel 2004, soltanto dieci anni dopo la fine metaforica e non dell’apartheid con le prime elezioni a suffragio universale e la conseguente vittoria di Nelson Mandela, divenuto poi immagine della rinascita del paese.
Quest’assegnazione fu discussa anche come strumento di soft power[2], dato che il governo investì in maniera sostanziale in questa manifestazione proprio perché, conscio della risonanza mondiale dell’evento, volle mettere in mostra i successi del Sudafrica post-apartheid e della cosiddetta “Nazione Arcobaleno”.
L’edizione successiva brasiliana fu caratterizzata da massicce proteste popolari proprio per la spesa pubblica considerata eccessiva, stimata a 46 miliardi di dollari[3], per ospitare la kermesse.
Nel 2018 i Mondiali vengono ospitati dalla Russia, primo paese dell’Europa Orientale, di Putin, assegnato però a fine 2010. Tuttavia nel 2014 la Russia annette la Crimea, faccenda che la FIFA che di fatto ignorerà totalmente.[4]
Infine arriviamo ai Mondiali del 2022 ospitati dal Qatar, che racconti in maniera perfetta nel tuo libro “La Coppa del Morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere”[5]. Nel libro metti in luce come il Qatar, piccolo stato a monarchia assoluta ricchissimo e accusato di gravi abusi, sia riuscito a diventare protagonista del calcio mondiale grazie al potere e all’influenza globale del regime degli Al Thani, e che il calcio dipenda sempre più dai soldi dei regimi del Golfo. Ora ci stiamo avvicinando ad USA/Messico/Canada 2026, secondo Mondiale targato Infantino, e contemporaneamente ci avviciniamo rapidamente anche a Spagna/Portogallo/Marocco 2030 e soprattutto ad Arabia Saudita 2034.
C’è un filo conduttore in queste scelte? Quali sono le prospettive future? Quali sono le affinità e le divergenze con la Dottrina Havelange che ha caratterizzato una grande parte del secondo novecento calcistico?
“Il filo conduttore è quello dell’interesse economico: la FIFA porta il suo Mondiale nei paesi che possono garantire una grande organizzazione, ampi investimenti, ma anche opportunità per gli sponsor che vanno al di là dell’evento sportivo in sé. Russia, Qatar e Arabia Saudita sono esempi molto chiari, ma il Brasile è da tempo una delle economie emergenti a livello globale, mentre il Sudafrica, così come il Marocco, sono tra le principali economie africane. La UEFA non fa scelte molto diverse: gli Europei del 2032 coinvolgeranno la Turchia (assieme all’Italia), l’ultima finale di Champions League è stata affidata all’Ungheria di Orbán (che nel frattempo, però, ha perso le elezioni). Certo, è facile notare che il Mondiale di calcio si sta orientando sempre di più verso paesi con governi autoritari, ma questo credo sia più una conseguenza che una scelta deliberata: nel mondo di oggi, la ricchezza sembra andare sempre meno d’accordo con il liberalismo politico. Il calcio, semplicemente, si adatta alla situazione globale (anche se poi Infantino, nei suoi atteggiamenti personali, va ben oltre il semplice “adattamento”).”.
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Nel libro da poco citato e soprattutto nella tua ultima uscita “Il calcio è politica. Lo sport come antidoto al nazionalismo”[6] parli del rapporto molto stretto tra calcio e politica, citando in quest’ultimo libro anche i giocatori di seconda generazione.
In questi giorni il nazionale statunitense nativo di Brooklyn Timothy Weah, figlio di George, Pallone d’Oro nonché già Presidente della Liberia, ha espresso vicinanza alla politica promossa dal Sindaco Mamdani, il quale ha garantito biglietti da 50 dollari per la Coppa del Mondo a 1.000 residenti di New York.
L’ex giocatore della Juventus è intervenuto proprio accanto al sindaco della Grande Mela con queste parole: “I think as athletes, it’s important to have a voice because we are the pillars of this community.”[7]
Qual è il peso di queste dichiarazioni nell’America ultra-polarizzata di Trump, quella dello “Shut up and dribble”[8] e di Colin Kaepernick?
“È difficile a dirsi: Weah è un calciatore importante, ma non è una star, nemmeno negli Stati, dove Christian Pulisic è di gran lunga il giocatore più noto del paese. Il calcio non è mai stato molto popolare, ma lo sta diventando negli ultimi anni: pochi mesi fa, uno studio dell’Economist indicava che aveva superato gli spettatori del baseball, diventando il terzo sport più popolare negli USA. E tuttavia si porta dietro una fama di sport “liberal”, molto seguito dai progressisti, dagli immigrati, dalle donne e dalla comunità LGBTQ+. Trump ha provato un po’ a ribaltare questa percezione, attraverso il suo coinvolgimento con Infantino, o con le sue discutibili intromissioni nel Mondiale per Club del 2025. Una delle maggiori leggende del calcio statunitense, Alexi Lalas, che ha giocato i Mondiali del 1994 e del 1998, è apertamente un sostenitore dei MAGA, mentre pure lo stesso Pulisic si dice sia politicamente affine a Trump. Il calcio, negli USA di oggi, è un terreno di confronto politico come in pochi altri paesi del mondo”.
La scenetta del FIFA Peace Prize[9] consegnato a Trump rappresenta la fine della credibilità del Presidente della FIFA Infantino o semplicemente la conferma di questa nuova era del calcio mondiale? Trovi delle affinità con alcuni casi del passato, come Argentina ‘78 o Italia ‘34, o si tratta di mero teatro?
“Probabilmente sarà l’evento che resterà nella storia come quello in cui Infantino si è definitivamente svenduto a Trump, ma in realtà è un processo che è iniziato almeno alla fine del 2024. Le dichiarazioni grottescamente pro-Trump da parte di Infantino sono innumerevoli, e il Peace Prize è solamente il coronamento di questo percorso. Non escludo che durante il Mondiale possa succedere qualcos’altro di altrettanto memorabile, anzi sarei deluso se non accadesse. Come scrive Luca Pisapia, il calcio non è mai stato innocente: la FIFA si è sempre legata in maniera più o meno evidente a governi discutibili, e sicuramente Italia 1934 e Argentina 1978 ne sono i massimi esempi storici (ma non gli unici, appunto). Tuttavia, nessun presidente della FIFA prima d’ora era mai stato così esplicitamente schierato dalla parte di un politico quanto Infantino oggi con Trump. Molte volte, questo legame appare talmente stretto da mettere a repentaglio la stessa reputazione del calcio e delle sue competizioni (il caso dell’Iran a questo Mondiale è veramente preoccupante): si tratta, a mio avviso, di una relazione autodistruttiva. L’unica cosa che ci si avvicina è stata il rapporto tra Stanley Rous, presidente della FIFA tra il 1961 e il 1974, e le autorità sudafricane: alla fine, però, quella situazione costò a Rous la rielezione, e spianò la strada ad Havelange, che poco dopo sospese il Sudafrica dal calcio internazionale”.
Durante Francia ‘98, l’Iran fu sorteggiato nello stesso gruppo degli Stati Uniti quando tra i due paesi non c’era alcuna relazione diplomatica dalla cosiddetta Rivoluzione Iraniana ed il conseguente caso degli ostaggi statunitensi nell’ambasciata a Teheran.
In quel momento il presidente dell’Iran era Khatami, il quale fu promotore di una sostanziale apertura in termini di politica estera nonostante la fermezza della Guida Suprema Khamenei, e di fatto prima della partita i giocatori iraniani consegnarono delle rose bianche, fiore principe nell’immaginario mussulmano, ai colleghi statunitensi.
Ventotto anni dopo l’Iran andrà a giocare il Mondiale proprio nel paese del Grande Satana, come Khomeini usava riferirsi agli USA, quando ad oggi i due paesi sono in guerra tra di loro.
Cosa dobbiamo aspettarci da questa situazione?
“L’Iran al Mondiale è un’incognita, e non credo stia facendo dormire sonni tranquilli a Infantino. La squadra ha dovuto spostare la base del suo ritiro da Tucson, in Arizona, a Tijuana, in Messico, pur dovendo giocare tutte le tre partite del suo girone negli Stati Uniti. Si tratta di un caso unico nella storia, motivato dal rifiuto degli Stati Uniti di ospitare la delegazione di un paese che si è qualificato al Mondiale regolarmente da più di un anno (marzo 2025).
Al momento in cui scrivo, ancora non sono stati accettati i visti d’ingresso negli USA per la delegazione iraniana, e non si sa in che modo si potranno svolgere le partite: per regolamenti e accordi commerciali, tutte le squadre devono fare un allenamento nello stadio dove giocheranno il giorno prima della partita e tenere una conferenza stampa, il che significa che l’Iran dovrà trascorrere almeno tre notti negli Stati Uniti. Aggiungiamo che i primi due incontri, contro Nuova Zelanda e Belgio, si terranno a Inglewood, vicino a Los Angeles, dove c’è una grande comunità di espatriati iraniani: è presumibile che molti siano ostili alla Repubblica Islamica, ma allo stesso tempo è probabile che tiferanno per la Nazionale, i cui giocatori sono stati spesso critici verso il proprio governo. L’Iran ha inoltre ottime possibilità di passare il girone (sarebbe la prima volta nella storia), un’eventualità che potrebbe generare ulteriori momenti di frizione politica. Si tratta sicuramente della situazione che va maggiormente monitorata, per quanto riguarda le connessioni politiche con lo sport”.
Note
[1] https://pallonateinfaccia.com/
[2]https://www.treccani.it/enciclopedia/il-campionato-mondiale-di-calcio-del-2010-strumento-di-soft-power_(Atlante-Geopolitico)/ [3]https://web.archive.org/web/20140714223244/http://esportes.r7.com/futebol/noticias/-copa-do-mundo-vai-custar-r-100-bilhoes-para-o-brasil-diz-romario-20110622.html
[4]https://web.archive.org/web/20140428234840/http://www.bbc.com/sport/0/football/26691561
[5] Valerio Moggia, La Coppa del Morto. Storia di un Mondiale che non dovrebbe esistere, Roma, Ultra, 2022
[6] Valerio Moggia, Il calcio è politica. Lo sport come antidoto al nazionalismo, Roma, Ultra, 2025
[7]https://frontofficesports.com/zohran-mamdani-world-cup-tickets-fifa/ [8]https://www.npr.org/sections/thetwo-way/2018/02/19/587097707/laura-ingraham-told-lebron-james-to-shutup-and-dribble-he-went-to-the-hoop [9]https://inside.fifa.com/organisation/media-releases/peace-prize-award-football-unites-the-world-infantino?requester=MediaHub
Foto copertina: Coppa del Mondo Fifa 2026













