Nel contesto dei conflitti armati contemporanei, le emittenti televisive sono divenute non solo strumenti narrativi del conflitto stesso, ma talvolta vere e proprie parti in causa. Il recente attacco delle forze israeliane alla Tv di stato Iraniana ha posto interrogativi rilevanti dal punto di vista del diritto internazionale umanitario (DIU), della libertà d’informazione e della protezione dei civili.
Il ruolo delle emittenti televisive nei conflitti armati
La televisione, in tempo di guerra, può svolgere funzioni strategiche cruciali: dalla diffusione della propaganda statale al coordinamento della popolazione, fino al supporto morale e logistico alle forze armate. Questo ruolo, seppur apparentemente civile, può trasformare le emittenti in potenziali obiettivi militari, a patto che soddisfino i criteri previsti dal DIU in materia di legittimità dell’attacco.
Secondo l’articolo 52(2) del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra del 1977, gli attacchi possono essere diretti solo contro «obiettivi militari», definiti come quelli che per natura, ubicazione, scopo o impiego contribuiscono effettivamente all’azione militare e la cui distruzione offre un vantaggio militare concreto e diretto[1]. All’articolo 52 è infatti possibile leggere: “I beni di carattere civile non dovranno essere oggetto di attacchi né di rappresaglie. Sono beni di carattere civile tutti i beni che non sono obiettivi militari ai sensi del paragrafo” … “Gli attacchi dovranno essere strettamente limitati agli obiettivi militari. Per quanto riguarda i beni, gli obiettivi militari sono limitati ai beni che per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono effettivamente all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso.”… “In caso di dubbio, un bene che è normalmente destinato ad uso civile, quale un luogo di culto, una casa, un altro tipo di abitazione o una scuola, si presumerà che non sia utilizzato per contribuire efficacemente all’azione militare.”.
Precedenti emblematici
Belgrado, 1999 – L’attacco alla Radio Televisione Serba (RTS)
Il 23 aprile 1999, durante la campagna aerea della NATO in Jugoslavia, fu colpita la sede della Radio Televizija Srbije (RTS) a Belgrado, provocando la morte di 16 civili, per lo più tecnici e dipendenti[2]. L’alleanza atlantica sostenne che la RTS era un nodo centrale della propaganda del regime di Milošević e che il suo impatto sulla popolazione serba costituiva un legittimo obiettivo militare.
Tuttavia, numerose organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, criticarono l’attacco come sproporzionato, affermando che non furono adottate misure efficaci per proteggere la popolazione civile, né fu data alcuna chiara possibilità di evacuazione[3].
A distanza di oltre 25 anni, l’attacco alla televisione di Belgrado rappresenta ancora una ferita aperta nell’orgoglio serbo.
Striscia di Gaza – Attacchi a emittenti locali
Durante le operazioni militari nella Striscia di Gaza (Operazione Piombo Fuso nel 2008-2009, Margine Protettivo nel 2014 e l’operazione lanciata dopo il 7 ottobre), Israele ha colpito infrastrutture mediatiche quali Al-Aqsa TV, che secondo le forze israeliana sarebbe legata ad Hamas. Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) giustificano tali attacchi sostenendo che le emittenti svolgono un ruolo operativo, fornendo comunicazioni militari e incitamento all’odio[4].
Organizzazioni come Human Rights Watch e Reporters Without Borders hanno invece sottolineato la necessità di una rigorosa valutazione di proporzionalità e distinzione, osservando che tali attacchi possono avere effetti devastanti sulla libertà di stampa e sulla protezione dei giornalisti[5].
Ucraina, 2022 – Attacchi russi alle torri di trasmissione TV
Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa nel 2022, le torri televisive di Kyiv e Kharkiv sono state bersaglio di attacchi missilistici. La Russia ha affermato che le infrastrutture venivano utilizzate per fini di propaganda anti-russa e comando militare[6]. Tali attacchi sollevano ancora una volta dubbi sulla possibilità di giustificare come obiettivo militare una struttura informativa, anche in presenza di contenuti propagandistici.
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Quadro giuridico: le emittenti come obiettivi militari
Il diritto internazionale umanitario distingue chiaramente tra obiettivi civili e militari. La presunzione di civiltà di ogni oggetto o persona può essere superata solo in presenza di prove chiare del contributo effettivo e diretto all’azione militare[7]. Inoltre, devono essere rispettati i principi di:
- Necessità militare, che giustifica l’attacco solo se offre un vantaggio concreto;
- Proporzionalità, che vieta attacchi il cui danno collaterale previsto ai civili sia eccessivo rispetto al vantaggio militare atteso;
- Distinzione, che impone di distinguere sempre tra civili e combattenti[8].
Le emittenti televisive possono perdere la protezione solo se contribuiscono direttamente alla condotta militare, ad esempio trasmettendo ordini operativi o comunicazioni strategiche. La sola diffusione di propaganda, per quanto perniciosa, non equivale di per sé a una funzione militare diretta[9].
Oltre alla dimensione giuridica, l’attacco alle emittenti solleva questioni etiche rilevanti. Zittire una voce mediatica può:
- Costituire una forma di censura bellica;
- Impedire la documentazione di crimini e violazioni dei diritti umani;
- Ridurre la trasparenza e aumentare la manipolazione dell’opinione pubblica.
La protezione dei giornalisti e delle infrastrutture mediali è stata riaffermata nella Risoluzione 2222 (2015) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sottolinea l’importanza di garantire un ambiente sicuro per la stampa, anche nei conflitti armati[10]
Conclusioni
L’attacco alle emittenti televisive in guerra rappresenta uno dei punti più controversi nella moderna interpretazione del diritto dei conflitti armati. La distinzione tra propaganda, partecipazione militare e semplice comunicazione è sottile, ma fondamentale. In un’epoca in cui la guerra si combatte anche nello spazio dell’informazione, la tutela delle infrastrutture mediatiche e la difesa del diritto all’informazione rappresentano sfide imprescindibili per il diritto internazionale. E tutte le violazioni di questo diritto rappresentano dei crimini di guerra e per tali vanno perseguiti.
Note
[1] Protocollo Addizionale I alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, art. 52(2).
[2] Human Rights Watch, “Civilian Deaths in the NATO Air Campaign”, febbraio 2000.
[3] Amnesty International, “Collateral Damage or Unlawful Killings?”, giugno 2000.
[4] Israel Defense Forces, “IDF targets Hamas infrastructure”, comunicato stampa, luglio 2014.
[5] Reporters Without Borders, “Journalists targeted in Gaza: the need for accountability”, novembre 2012.
[6] BBC News, “Kyiv TV tower hit by Russian missile”, 1 marzo 2022.
[7] ICRC Commentary on Additional Protocol I, 1987, art. 52, § 2024.
[8] Convenzioni di Ginevra, Protocollo I, art. 48–51.
[9] International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia (ICTY), Prosecutor v. Galic, Case No. IT-98-29-T, Judgement (2003).
[10] United Nations Security Council, Resolution 2222 (2015), S/RES/2222.
Foto copertina: Le Tv sono sempre più obiettivi di attacchi militari durante i conflitti













