La geopolitica del Mediterraneo al centro della nuova competizione globale

Mappa del Mediterraneo
Mappa del Mediterraneo

Intervista a Francesco Anghelone e Giuseppe Dentice curatori dell’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2025.


Di Andrea Minervini e Francesco Iovine

Il Mediterraneo è tornato ad essere una delle regioni cardine delle principali dinamiche internazionali. Sia gli Stati rivieraschi sia alcuni attori esterni hanno nuovamente rivolto la propria attenzione verso il Mediterraneo. La regione mediterranea è altamente interconnessa, costituendo (e ribadendo) il proprio ruolo storico-politico. Numerose sono le questioni afferenti ai diversi attori coinvolti: dal commercio alla sicurezza, dall’approvvigionamento energetico all’instabilità politica e alle rotte migratorie.
Per avere una maggiore contezza di quelle che sono le dinamiche e gli attori coinvolti in questo particolare teatro intervengono strumenti come l’Atlante Geopolitico del Mediterraneo 2025 (acquista qui)
Oramai giunto alla sua XI edizione, è curato da Francesco Anghelone e Andrea Ungari per l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e l’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED) e edito da Bordeaux. L’Atlante fornisce una bussola analitica e schematica per orientarsi tra le più recenti questioni regionali. Il volume consta di tre parti. Nella prima e nella terza parte è possibile trovare alcuni focus su quelli che sono alcuni degli attori esterni nel Mediterraneo, con una particolare accezione mediorientale. Nella seconda parte, quest’accezione trova continuità insieme al Nord Africa, attraverso l’analisi bivalente (storico-contemporanea) dei Paesi della regione meridionale e orientale del Mediterraneo.

Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025
Atlante geopolitico del Mediterraneo 2025

Abbiamo avuto modo di approfondire ulteriormente alcune delle tematiche dell’Atlante con uno dei due curatori e uno degli autori del volume. Il Dott. Francesco Anghelone, coordinatore scientifico dell’Area di ricerca storico-politica dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e curatore di redazione dell’Osservatorio sul Mediterraneo, e il Dott. Giuseppe Dentice, analista presso l’Osservatorio sul Mediterraneo (OSMED) dell’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” e Cultore della materia in “Storia delle Civiltà e delle Culture Politiche” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

 

Da un punto di vista geografico-analitico sin dove si può estendere l’area del Mediterraneo?

Dott. Anghelone: «Da alcuni anni sapete che c’è questa espressione che è Mediterraneo Allargato. È un discorso molto teorico, ma se andiamo all’area prettamente geografica è il lavoro fatto con l’Atlante. Il volume analizza solo i Paesi che affacciano sul Mediterraneo aggiungendo giusto nella parte mediorientale alcuni Paesi che per dinamiche hanno chiaramente interessi, strettamente connessi alla Palestina, Israele e la Giordania.
Ad oggi, secondo me, andrebbe fatto un altro ragionamento se vogliamo andare a parlare delle dinamiche mediterranee. Per avere tutti gli elementi dobbiamo certamente includere i paesi del Medio Oriente che non affacciano direttamente sul Mediterraneo, ossia l’Iran, per certi aspetti anche l’Iraq e i Paesi del Golfo, perché sono oramai attori importantissimi. Aggiungo anche un’area che ultimamente sta avendo maggiore attenzione rispetto agli anni passati, che è quella del Sahel. Quindi, se vogliamo fare un’analisi seria di quelle che sono le dinamiche che avvengono nel Mediterraneo non possiamo considerarlo uno spazio chiuso senza scambi o interconnessioni con altre regioni.
Il Sahel da questo punto di vista è un’area che è stata posta sotto analisi e attenzione soprattutto negli ultimi tre anni, anche se ancora non sufficientemente. È un’area fondamentale perché da qui vengono molti di quelli che sono i traffici di migranti. Molti Paesi del Sahel sono zone di passaggio importanti di questi traffici ed è un’area che potenzialmente potrebbe contribuire allo sviluppo e agli interessi energetici dell’Europa.
C’è un vecchio progetto fermo da alcuni anni che prevedeva un collegamento che dalla Nigeria potesse portare il gas sino al mediterraneo e poi in Europa. È un investimento che al tempo fu stimato in dieci miliardi di dollari, ma nessuno ad oggi ha voluto correre questo rischio. Questo gasdotto attraverserebbe regioni con forte presenza di radicalizzati islamici, forte conflittualità e quindi si rischierebbe grosso ad investire una cifra del genere.
Quella è una regione che in prospettiva futura ha un potenziale di connessioni ed è già presente con una serie di elementi di connessione e d’influenza sulle dinamiche mediterranee. In generale tutte quelle aree e quei Paesi che affacciano sul bacino del Mediterraneo e tutte quelle regioni che interagiscono in maniera forte con questi Paesi sono fondamentali da analizzare se vogliamo avere un quadro più corretto possibile di quelle che sono le dinamiche in atto.
Da un punto di vista italiano non dimentichiamo un’altra regione che è pienamente mediterranea che è quella dei Balcani. Regione molto complessa, sicuramente vi sono anche interessi italiani, con cui condividiamo lo stesso braccio di mare, soprattutto con i paesi dell’ex Jugoslavia. Anche qui, molto spesso, sappiamo che da un punto di vista della comunicazione e dei media questi Paesi sono molto trascurati, se non in alcuni casi come la Serbia, in occasione di proteste. Ma in generale sono paesi che dovremmo guardare con maggiore attenzione.
È vicinato e sono Paesi che hanno del potenziale, possono essere potenziali membri dell’Unione Europea. Anche se, in tal caso, andrebbe fatto un ragionamento su una serie di Paesi, che sono ufficialmente interessati all’ingresso nell’Unione, ma mentre sono in attesa hanno una situazione politica che gli fa preferire di restarne fuori. La Serbia è uno di questi.
Sono stato a Belgrado nel 2023 e vi posso dire che oltre ad una grossa presenza di cittadini russi per le note vicende della guerra, sia le università che i centri di ricerca collaborano molto con realtà cinesi, alcuni eventi che fanno insieme ad università e centri di studio cinesi sono per loro eventi quasi centrali nell’ambito delle loro attività annuali. Chiaramente dall’altra parte ci sono investimenti importanti che arrivano dalla Cina.
Questo ci dovrebbe porre come Italia, ma anche come UE nel complesso ad alzare un po’ le antenne, perché come avviene per il Nordafrica perdiamo di vista questi spazi pensando di essere l’unico attore che può giocare un ruolo e poi ci accorgiamo che siamo gli unici fuori gioco. Abbiamo fatto undici edizioni dell’Atlante e, nella nota dei curatori o nell’introduzione, non è mancato anno che non ci sia stato un richiamo al fatto che l’Europa dovrebbe essere più presente e proattiva. Insistiamo nel dirlo, perché se si ragiona in un’ottica nazionale si perde di vista l’aspetto più globale e molto spesso, per avere dei piccoli vantaggi nell’immediato da un punto di vista nazionale, si va incontro a situazioni di grande svantaggio nel medio e lungo periodo».

Sebbene presenti con due tipologie di approccio diverse, può il Mediterraneo divenire un ulteriore terreno di competizione tra Stati Uniti e Cina, anche in luce della nuova National Security Strategy statunitense?

Dott. Anghelone: «Ho avuto modo di leggere il documento (la National Security Strategy 2025) con molta attenzione, soprattutto nella parte dedicata all’Europa, che è quella che è stata più riportata. In gergo diplomaticamente colto, Trump sta estremizzando l’approccio transazionale alle relazioni internazionali. Sembra il capo di un’azienda (mi ha colpito un passaggio in cui spiega che le ambasciate degli Stati Uniti nel mondo devono creare opportunità di business per le imprese americane). Ciò mi stupisce, perché ci dà l’idea di un approccio de “gli affari alla base di tutto”. Così com’è stato l’approccio affaristico per il piano di Gaza e come c’è un appetito sull’Ucraina.
Gli USA oggi sono questo.
La cosa interessante è “quanto questo contribuirà a spingere l’UE a fare quel salto di qualità” (rispetto al quale nutro molti dubbi). Questo passo per l’UE significa anche andare avanti con l’UE à la carte.
L’altro aspetto interessante, che ho avuto modo di leggere, è che Trump, oltre a creare problemi per gli stessi Stati Uniti, è vero che ha insistito sulla retorica del burden sharing, ma è innegabile che la presenza in Europa abbia portato vantaggi agli Stati Uniti. Rompere con l’Europa – che potrebbe avere conseguenze gravi (come la chiusura delle basi) – significa anche un rischio strategico per gli Stati Uniti. Lo stesso articolo citava un aspetto importante, ossia porre attenzione al futuro delle amministrazioni degli Stati Uniti (Repubblicane o Democratiche che siano), poiché le fratture provocate da questa amministrazione sono profonde e l’Unione Europea non deve ragionare in modo congiunturale. Per gli Stati Uniti invece l’UE che prende la sua strada significa, oltre all’acquisto di armi dagli Stati Uniti, che l’UE possa non avere sempre l’incentivo ad acquistare dagli Stati Uniti (e questo piace meno a Washington).
Non bisogna sottovalutare come l’UE abbia una forte leva economica (ad esempio, il debito degli Stati Uniti in mano all’Europa). In sintesi, l’Unione Europea non deve “piegare la testa” ogni volta. La frattura che si è creata è più lunga dell’amministrazione Trump e l’UE non deve essere il solito vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. I Paesi europei si sono resi conto che da soli non riescono a competere; quindi, o si fa un’azione collettiva (e si “mette a sistema” la difesa e le policy connesse) o il “nulla”. È importante sviluppare una capacità militare seria, non con l’obiettivo di utilizzarla, ma con una pura visione strategica».

Potrebbe essere la Cina una leva che l’UE potrebbe utilizzare rispetto agli USA?

Dott. Dentice: «É il discorso di capire chi è il Junior Partner (di sicuro non la Cina). Come Unione Europea non possiamo pensare di usare la Cina per fare leva agli Stati Uniti.
Anche perché la Cina ci ha superato su molti livelli (soprattutto industrialmente). Sarebbe interessante capire se i cinesi abbiano interesse ad avere un partenariato con l’UE.
L’Unione Europea dovrebbe costruire un rapporto forte con il Golfo, che è l’alternativa strategica per mitigare le intemperanze americane e per tutelare i propri interessi. Significa giocare di sponda rispetto ad altri contesti. Ciò significa anche lo sviluppo di relazioni con la Turchia. Da questo punto di vista, l’UE deve rafforzare la propria proiezione verso sud, cercando di costruire partenariati con vari attori, perché noi siamo deboli da soli dal punto di vista securitario, ma economicamente siamo una leva che fa molto gola a tanti.

Dott. Anghelone: «Ci sarebbe un elemento. Il fatto che la sovraproduzione cinese è assorbita solo da mercati maturi (Stati Uniti e, soprattutto, il nostro). L’UE non si rende conto delle proprie capacità. Dovrebbe mettere sul tavolo i propri punti di forza. L’altro punto su cui porre l’attenzione e avere un posizionamento più equilibrato è su alcune questioni politiche (ad esempio, la questione dei “due pesi e due misure” per Ucraina e Gaza). In parte questo è stato fatto, però all’interno dell’UE è ancora debole e poco strutturale nella sua interezza. Questo permetterebbe di mostrarci al Sud Globale come un partner affidabile e non coloniale».

Dopo il cambio di regime in Siria, la presenza della Russia nel Mediterraneo sembra ridimensionata. Mosca ha ancora reali margini di manovra nella regione?

Dott. Anghelone: «Sì, hanno anche diversi margini di manovra. In Libia sono presenti anche sul terreno. Sono presenti anche in Sahel, dove è una presenza strategica nelle dinamiche nordafricane. Sottomarini russi credo che girino abbastanza tranquillamente per il Mediterraneo (qualche volta ne perdiamo anche qualcuno). Le basi siriane non mi risulta che siano state chiuse. Certamente non avere quel ruolo di Paese protettore che aveva con Bashar al-Assad può aver fatto perdere influenza. Non è un caso che gli Stati Uniti si siano affrettati a togliere alcune sanzioni al nuovo governo siriano e ad accogliere Ahmed al-Sharaa. Credo che vi sia un tentativo da parte degli Stati Uniti di entrare in gioco e ristabilire il rapporto, anche in ottica di ridurre la presenza russa».

Dott. Dentice: «Io sono d’accordo. Aggiungerei un ultimo elemento sulla questione delle basi russe in Siria. Da qualche mese ci sono delle trattative molto importanti per il porto di Tartous con la Dubai World, una delle più importanti aziende logistiche emiratine. La Dubai World è già attiva ovunque tra Oceano Indiano, Mar Rosso e Mar Mediterraneo. L’acquisizione del porto di Tartous potrebbe essere un’operazione ombra anche in favore della Russia, perché gli emiratini stanno “giocando così sporco” che hanno contatti con tutti e non è improbabile immaginare che ci possa essere un accordo con i russi su qualche tipo di asset da reinvestire in questa zona. Di sicuro c’è un elemento che è il riposizionamento russo verso l’Africa, ma ciò era già in corso prima della Siria perduta. Da questo punto di vista, la presenza in Libia è importante come connettore all’entroterra africano (Sahel e Corno d’Africa). I russi sono presenti nella Repubblica Centrafricana, mirano ad entrare in Ciad e probabilmente otterranno un affaccio a Port Sudan.
Non dimenticherei il senso opaco del traffico di oro e minerali tra le varie miniere nella regione, che vede un coinvolgimento di operatori emiratini. In queste triangolazioni c’è tanto in atto. Sicuramente, per una base persa non è detto che ci sia un ripensamento della strategia russa. Anzi, secondo me c’è una penetrazione notevole in un’area che l’Occidente rivendica come prioritaria, ma che rischia di essere una zona cardine della narrazione antioccidentale contro la Nato, l’Unione Europea e gli Stati Uniti».

Dott. Anghelone: «I russi non sono mai stati così presenti come oggi. Non hanno mai avuto questa capacità di azione che hanno oggi, nemmeno in epoca sovietica.
Va considerato un attore rilevante anche in ottica del contesto globale. Siamo in una situazione che prevede un confronto tra le grandi potenze e, come durante la guerra fredda, non si combatte, ma si costruiscono sfere d’influenza.
Oggi il problema è che, rispetto all’epoca sovietica dove l’Occidente usava degli strumenti di comunicazione sconosciuti all’altra parte, ci troviamo con competitor che hanno la capacità di confrontarsi con gli Stati Uniti, ma che usano gli strumenti che erano prima ad uso quasi esclusivo nostro, come l’uso della disinformazione. 
Questo per dire che c’erano strumenti solo ad appannaggio occidentale, ma oggi lo hanno anche loro e li usano in modo raffinato e aggressivo. Questo alza il livello di competitività. Pensate alle sfide con l’IA».

Con i Baltici in ruoli chiave dell’UE — il lituano Andrius Kubilius alla Difesa e Spazio, l’estone Kaja Kallas come Alto rappresentante per gli Affari Esteri e Valdis Dombrovskis in Economia e Produttività — come viene oggi considerato il Mediterraneo nelle strategie geopolitiche dell’Unione Europea? Si tratta di una regione ancora prioritaria o di un’area in cui l’UE rischia di essere marginale rispetto ad altri attori globali?
Dott. Anghelone: «Quando parliamo di Europa, il Mediterraneo è importante per Italia, Spagna, Cipro, Grecia e in parte la Francia. Ma per molti Paesi è stato ed è uno scenario secondario, anche se ora si stanno ricredendo. Dal famoso allargamento del 2004, l’UE ha avuto un orientamento ad est, perché era nell’interesse tedesco. L’allargamento ai Paesi dell’ex blocco sovietico ha garantito la crescita economica tedesca e questi Paesi tuttora orbitano attorno ad essa economicamente. I motivi possono essere vari per la poca attenzione al Mediterraneo. I paesi mediterranei non hanno fatto sistema e ad esempio la Francia ha preferito l’asse con la Germania. Nell’ultimo anno qualche timido segnale c’è stato: l’istituzione del Commissario dedicato al Mediterraneo, della Direzione Generale per l’area MENA o il Patto per il Mediterraneo.

Parliamo di questioni che rimangono sulla carta e che vanno calate nella realtà con delle politiche concrete, però quantomeno è un segnale che un’attenzione verso questa regione torna ad esserci. È fondamentale però che i Paesi del Mediterraneo abbiano una capacità politica di riportare ad un equilibrio le politiche europee. Mi rendo conto che i Paesi baltici, che oggi sono in prima linea con la Russia, ricevano un’attenzione particolare. Questo non deve sorprendere, ma al tempo stesso non va trascurato tutto il quadrante mediterraneo per quello che significa in termini di risorse energetiche e stabilità della regione. L’instabilità porta danni in termini commerciali, porta danni in termini dei rifornimenti energetici, aumento dell’immigrazione irregolare. Per esempio, nel Patto per il Mediterraneo questo tipo di approccio c’è, ossia c’è l’idea che la questione migratoria va affrontata in un senso più complessivo, andando ad incidere sulle tratte dei migranti e per questo un’aerea come il Sahel diventa fondamentale».

All’interno dell’Atlante, vi è un contributo dedicato all’Algeria. In virtù dei recenti posizionamenti europei verso un riconoscimento dell’autorità marocchina sul Sahara Occidentale, le ambizioni di Algeri nel Mediterraneo potrebbero divenire più assertive?
Dott. Anghelone:
«Io credo che, certamente, questo accordo non abbia fatto piacere ad Algeri, non c’è dubbio.

Da qui a pensare che l’Algeria sia in grado di avere una sua posizione assertiva lo vedo un po’ più complicato. Può creare dei problemi, mettersi di traverso su alcune questioni, ma parliamo di un Paese che per sua natura e con un regime abbastanza chiuso non ha una grande rete di contatto con i Paesi vicini. È un Paese veramente chiuso e isolato ed è forse anche il paese più complicato su cui avere informazioni. Quindi ci potrebbe essere una volontà, ma non so se l’Algeria ha la capacità attualmente di poter fare qualcosa nel Mediterraneo sulla questione delle ZEE. Se è vero che quella del gas è un’arma di ricatto nei nostri confronti, è anche vero che ha bisogno anch’essa di venderlo quel gas. Chiudere i rubinetti per noi è un danno, ma forse in misura maggiore per loro. Al momento, almeno personalmente, non vedo questa capacità algerina di creare grossi problemi».

Dott. Dentice: «Il rischio è che l’Algeria possa essere sempre più isolata, perché parliamo anche di un elemento spesso raccontato male che è il rapporto storico con la Russia. Sicuramente esiste un rapporto di lungo periodo tra Algeri e Mosca, ma la Russia non si è fatto il minimo problema a votare contro gli interessi algerini alle Nazioni Uniti sul Sahara Occidentale, perché l’astensione che ha avuto è la dimostrazione che la Russia persegue la sua agenda, anche a scapito dei partner o degli alleati. Questo nel senso che viene prima l’interesse strategico russo (che può essere barattato o influenzato), ma non si pone problemi a sganciarsi dagli alleati quando c’è qualcosa che non torna utile. Anche in Siria al-Assad è stato abbandonato, altrimenti di quello che è successo non ne staremmo a parlare».

Dott. Anghelone: «Anche la situazione in Venezuela».
Dott. Dentice: «Anche lì c’è un riposizionamento tattico in cui il Venezuela diventa una pedina di scambio con gli USA».
Dott. Anghelone: «Nel momento in cui in quello diventa un interesse nazionale prevalente, l’alleato viene lasciato a sé stesso».
Dott. Dentice: «In sintesi, sul Mediterraneo la questione delle ZEE non muterà più di tanto, attualmente è congelata. Se l’Algeria ha usato questa situazione per porre pressioni, in particolare sulla Spagna, lo faceva in materia di gas. Ora quel gas invenduto alla Spagna lo abbiamo comprato noi. Non è assolutamente produttivo alienarsi l’unico partner che gli è rimasto (l’Italia), sia dal punto di vista commerciale sia politico.
Io sono dell’idea che da questo punto di vista l’Algeria manterrà questo posizionamento e cercherà di studiare delle contromosse che la possano tutelare, ma lì dove spingerà sarà soprattutto verso il Sahel, dove vi è una sorta di cambio di postura strategica. L’Algeria ha sempre mutuato a livello di narrazione politica il disinteressamento o la non interferenza negli affari dei paesi vicini. Da qualche anno a questa parte questa postura è cambiata ed è divenuta più attiva nella securitizzazione delle frontiere, per evitare un “jihadismo di ritorno” entro i suoi confini. Quindi maggior attenzione e impegno nel Sahel, ma non per garantirsi uno spazio al sole, quanto per salvaguardare i suoi confini e i suoi interessi nazionali. Sul resto, direi che ha poca presa o poca capacità d’azione».

Se e in che misura il Piano Mattei può trasformare l’Italia in un vero attore strategico nel Mediterraneo, o rischia di restare soprattutto una cornice politica?Dott. Anghelone: «Abbiamo letto il Piano Mattei come l’Italia che fa un piano per l’Africa ma non penso che il governo meloni sia così incosciente da pensare che l’Italia da sola con tutti i problemi che ha di finanze pubbliche possa andare ad imbarcarsi in un’operazione del genere. È stata innanzitutto un’azione politica per dimostrare che l’Italia può svolgere un ruolo in Africa e questo è un fatto positivo come impostazione. Che sia inserito nel Global Gateway è chiaro, lo scrivevamo già al lancio. Però è il tentativo di prendere la leadership europea in quel quadrante. È interessante l’approccio della cooperazione e della collaborazione, poiché è positivo nel rapporto politico e per rimuovere l’aria di neocolonialismo. Il problema nasce quando ci si chiede se l’Italia riesca ad assumere certi ruoli di leadership in alcune aree, come il Sahel. La Francia potrebbe accettarlo? Se non lo accetta, è un problema per l’intera Europa. Se si lavora senza gelosie, si può arrivare a risultati. Così come le risorse, poiché ci sono molti progetti nel Mediterraneo. Bisognerebbe metterli a sistema e non disperdere le risorse. Questa è la vera sfida. Le risorse non è vero che non ci sono. L’Europa è percepita debole militarmente e la Cina no, perché questo? Perché spendiamo male».

Dott. Dentice: «Aggiungo solo alcuni aspetti. La possibilità di dare una coesione anche all’azione europea risponde se si adegua al Documento Draghi, che è stato approvato un anno fa. Armonizziamo le spese, perché così siamo deboli. Le divisioni sono dovute anche alle debolezze delle leadership. Un esempio, il fatto che l’HQ di Frontex sia a Varsavia e non in Italia, Spagna o Grecia. Bisogna unire gli elementi, perché altrimenti saremo gioco forza divisi e divisivi.


Foto: mappa del Mediterraneo