L’uccisione del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, è stata confermata anche dai media iraniani. Secondo quanto dichiarato dal presidente Donald Trump, gli Stati Uniti e Israele hanno collaborato strettamente per colpire l’uomo che guidava il Paese dal 1989.
Anche il comandante del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), il generale Mohammad Pakpour, e il segretario del Consiglio di Difesa iraniano, il contrammiraglio Ali Shamkhani, sono stati uccisi sabato.
La televisione di Stato iraniana ha annunciato un periodo di lutto di 40 giorni e sette giorni festivi in seguito alla morte del leader iraniano. [1]
Per il momento, Alireza Arafi, leader religioso del Consiglio dei Guardiani, è stato nominato membro del Consiglio di leadership iraniano, l’organismo incaricato di svolgere il ruolo di leader supremo fino a quando l’Assemblea degli Esperti non eleggerà un nuovo leader.
Secondo l’articolo 111 della Costituzione iraniana, il consiglio di transizione governerà il Paese fino a quando un comitato di 88 membri denominato Assemblea degli Esperti non avrà scelto un nuovo leader supremo.
Biografia e formazione politica
Nato nel 1939, a Mashhad in una famiglia azera profondamente religiosa, Ali Khamenei mostrò fin da giovanissimo la sua inclinazione a diventare un religioso.
La sua visione politica è stata influenzata principalmente da tre grandi eventi: i disordini in seguito alla nazionalizzazione del petrolio da parte del Mossadeq, il movimento islamico di Navab Safavi e le riforme sociali dello Scià.
Il colpo di stato del 1953 per deporre il primo ministro democraticamente eletto, Mohammed Mossadeq, mostrò a Khamenei il modo in cui l’Occidente agiva.
Con l’intervento occidentale negli affari interni iraniani, la futura Guida Suprema visse l’umiliazione di un leader, lo scià, che non solo non si oppose all’intervento esterno ma antepose i propri interessi nazionali a quelli della nazione.
Attraverso la conoscenza dell’Ayatollah Kashani, religioso sciita e fervente sostenitore di Mossadeq, Khamanei afferma di aver riconosciuto il ruolo fondamentale che gli ʿulama sciiti potevano svolgere negli affari politici dell’Iran. L’odio espresso da suo padre nei confronti dello Scià contribuì al suo posizionamento di forte opposizione alla monarchia Pahlavi.
Khamenei divenne non solo uno studente, ma un vero e proprio discepolo di Khomeini.
Durante la monarchia dello Shah, venne più volte arrestato dalla polizia segreta (SAVAK) e condannato all’esilio a Iranshahr, una remota città nel sud-est dell’Iran. Tornò nel 1978 per partecipare alle proteste che portarono alla caduta del regime Pahlavi e dopo la rivoluzione, divenne un attore chiave nella costruzione di un governo islamico, ricoprendo varie cariche politiche.
Come membro della cerchia ristretta di Khomeini coinvolto nell’attuazione della rivoluzione islamica, Khamenei svolse un ruolo fondamentale dal 1979 al 1981 nella costruzione di un governo che si basasse sulla dottrina islamista.
Nel 1981 divenne il terzo presidente della Repubblica Islamica, guidando il Paese durante la sanguinosa guerra di otto anni contro l’Iraq. Il senso di isolamento percepito durante la guerra contro l’Iraq, a cui presero parte numerosi leader occidentali e tutti gli stati arabi, ad eccezione della Siria, in funzione anti iraniana nel tentativo di contenere la rivoluzione islamica, fu la base della sfiducia totale di Khamenei verso l’Occidente e verso gli Stati Uniti, in particolare.
Questo sentimento di isolamento e sfiducia porterà alla legittimazione di un perenne stato di allerta e di costante difesa verso le minacce esterne ed interne che possano minacciare la sopravvivenza della repubblica islamica.
Nello stesso anno, 1981, mentre Khamenei stava tenendo un discorso nella moschea di Abouzar, una bomba nascosta in un registratore scoppiò e lo ferì in modo grave. L’essere scampato ad un tentativo di uccisione accrebbe la sua popolarità.
Con la morte di Khomeini nel 1989, Sayyed ‘Ali Khamenei fu eletto Guida Suprema ed ereditò tutti i poteri politici attribuiti a Khomeini.
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Ideologica politica
L’ideologia di Khamenei è la stessa ideologia rivoluzionaria del suo predecessore che include la supremazia dell’Islam, la politica isolazionista del “Né Oriente, né Occidente” e l’inimicizia con gli Stati Uniti e Israele. La sua politica estera è improntata alla liberazione della Palestina, alla diffusione degli ideali della rivoluzione islamica iraniana. Chiamato più a volte a chiarire la sua posizione, Khamenei spiegò: “né Oriente, né Occidente” (na sharqi, na gharbi) non significa relazioni conflittuali con l’Oriente e l’Occidente. Significa piuttosto rifiutare il dominio dell’Oriente e dell’Occidente e astenersi dall’assimilare l’influenza orientale e occidentale. Questa politica non promuove l’inimicizia (żediyat) con l’Oriente e l’Occidente. Siamo stati liberati dal regime dello Scià, che dipendeva al cento per cento dall’Occidente. Di conseguenza, siamo diventati vittime di aggressioni a causa delle sue politiche di dipendenza. D’ora in poi, non desideriamo dipendere da nessuna delle due parti”[2]
Khamenei ha formalmente codificato l’eredità di Khomeini in undici massime:
1. Politica del “Né Oriente, né Occidente”, che significava resistenza a qualsiasi coercizione o influenza da parte delle potenze straniere.
2 Devota dedizione e impegno personale a resistere al male e alle tentazioni sataniche, riconoscere la supremazia dell’Islam e praticare la fede nei principi islamici.
3 Riconoscimento dell’autonomia delle altre nazioni, rispetto dei loro principi di governo e riconoscimento della loro sovranità.
4 Enfasi su relazioni bilaterali forti e pacifiche con le altre nazioni, a meno che non sussistano ragioni specifiche che impediscano tali relazioni amichevoli.
5 Unità dei musulmani e impegno a combattere la discordia religiosa interna fomentata dalle potenze ostili e dominanti a livello globale.
6 Enfasi sulla rimozione delle barriere all’unità dei musulmani, l’impegno ad aderire all’Islam puro e l’eliminazione del fanatismo e dell’estremismo nel pensiero e nelle pratiche islamiche
7 Difesa dei diritti dei più svantaggiati affinché si riconosca che la giustizia sociale è fondamentale per il governo islamico, insieme all’impegno a salvare e difendere le nazioni musulmane più povere.
8 Resistenza risoluta a Israele come regime sionista occupante e tirannico.
9 Impegno a garantire e salvaguardare l’unità nazionale opponendosi al dissenso attivo e ai tentativi di provocare discordia.
10 Protezione della natura populista del regime attraverso un continuo impegno per salvaguardare le relazioni con i cittadini.
11 Dedizione alla ricostruzione del Paese e alla sua crescita economica, in particolare al miglioramento delle infrastrutture e del settore manifatturiero, per consentire all’Iran di diventare uno Stato islamico modello sulla scena mondiale.[3]
Scenari regionali e prospettive di successione
La questione della successione alla leadership di Khamenei, era aperta già da tempo ed era oggetto di speculazioni per questioni anagrafiche, problemi di salute e l’intensificarsi delle pressioni interne ed esterne sulla Repubblica Islamica.
La morte di Khamenei è destinata ad avere degli effetti dirompenti nell’intera regione, come dimostrano le prime conseguenze registrate al di fuori dei confini iraniani: almeno sei persone sono morte in Pakistan vicino al consolato americano a seguito delle proteste per l’uccisione del leader iraniano.
Tuttavia, non comporta automaticamente la fine del radicato regime clericale nè del potere delle Guardie della Rivoluzione. Mentre assistiamo a video di giubilo per la morte di Khamenei soprattutto da una parte della diaspora iraniana che spera nell’inizio di un cambiamento radicale per il futuro del Paese, nell’immediato periodo di transizione di leadership difficilmente si assisterà a liberalizzazione politica o economica.
Il presidente Masoud Pezeshkian afferma che vendicare l’uccisione di Khamenei e di altri alti funzionari iraniani è un “dovere e un diritto legittimo” del Paese: “La Repubblica Islamica dell’Iran considera un proprio dovere e un diritto legittimo cercare giustizia e punire i responsabili e coloro che hanno ordinato questo crimine storico, e dedicherà tutte le sue forze all’adempimento di questa grande responsabilità e obbligo”[4]
Note
[1] Tehran Times, Leader of the Islamic Revolution Ayatollah Seyyed Ali Khamenei martyred in his office, 1 marzo 2026
[2] Y. HOVSEPIAN BEARCE, The Political Ideology of Ayatollah Khamenei Out of the Mouth of the Leader, 2017, Routledge, p. 106
[3] Ibid, p. 128-129
[4] Al Jazeera, Updates on Israel-Iran conflict, 1 marzo 2026
Foto copertina: L’uccisione del leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei.













