Con la vittoria di una parte delle opposizioni al referendum costituzionale, il campo progressista cerca il rilancio e ridefinisce la propria filigrana in vista delle prossime politiche. Può il federalismo Europeo essere uno dei temi per il rilancio?
Di Daniele Orso
Mentre si è fatta largo la discussione a proposito delle primarie per l’individuazione del leader della coalizione, +Europa tenta di puntare sul tema del federalismo e dell’europeismo. In una convention con un parterre di relatori di primo piano, il segretario Magi sottolinea le difficoltà del momento e ribadisce la centralità della prospettiva europeista nei dialoghi sulla costruzione del fronte liberal-progressista. Uno dei punti sottolineati è quello del sostegno all’Ucraina invasa, anche dal punto di vista militare. È superfluo ricordare come il tema sia ad oggi profondamente divisivo in particolare tra le forze di opposizione.
La Segretaria PD, Elly Schlein ha ribadito la centralità dell’europeismo e del federalismo europeo come chiave attraverso cui interpretare e declinare tutte le politiche pubbliche. Una conferma della linea tradizionale del principale partito di Opposizione, tuttavia la novità è stata rappresentata da Giuseppe Conte, leader 5 stelle. Un intervento, quello dell’ex Presidente del Consiglio, che ha forse permesso di chiarire le prospettive future.
Conte, che negli ultimi anni non è mai stato morbido sul sostegno a Kyiv, è intervenuto in tarda mattinata con un discorso che si è rivelato ben più europeista di quanto molti si immaginassero. Ha aperto alla difesa comune, definendola una necessità, criticando allo stesso tempo sia l’attuale sistema istituzionale UE, sia il Presidente Trump e il suo approccio all’Alleanza Atlantica. Ha chiuso all’ipotesi di riapertura degli acquisti di gas russo ed evidenziato la necessità di un protagonismo UE nel processo di pace in Ucraina. Il leader cinque stelle sembra aver ammorbidito parte delle sue posizioni più intransigenti. Il dubbio rimane se si tratti di un cambiamento a lungo termine o un posizionamento tattico nella prospettiva della competizione per la leadership.
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È di tutta evidenza che il dialogo sulla postura internazionale dell’Italia non sia più rimandabile all’interno della possibile coalizione di centrosinistra. Sciogliere questo nodo è ormai ineluttabile, soprattutto in un momento politico-parlamentare nel quale la Premier cerca l’accelerazione sulla legge elettorale e risulta al momento nella sua fase di maggiore debolezza.
È chiaro che in un mondo in rapido cambiamento e con un legame transatlantico profondamente indebolito, il dossier difesa è centrale, ma indigesto per larga parte di un’opinione pubblica, quella italiana, che ha da sempre avuto una postura fortemente pacifista. Le aperture di Conte sembrano aprire nuove prospettive. Evidentemente pilastri – come quelli della politica estera e di difesa – non possono essere messi sotto al tappeto e lasciati all’improvvisazione al momento dell’approdo a Chigi. Su questi temi, possiamo immaginare, il Presidente della Repubblica nelle futuribili (al momento attuale poco probabili) negoziazioni per la formazione del governo farà sentire il suo peso di arbitro e garante della Costituzione e della postura italiana nel mondo.
Risulta evidente, in ogni caso, che le discussioni sulla leadership paiono al momento quantomeno premature. In questa fase sarebbe come se si volesse partecipare ad una competizione ippica e scegliere il fantino senza possedere un cavallo.
I mesi che ci separano dalle politiche del 2027 saranno sicuramente interessanti e la sfida è immane per le opposizioni che storicamente hanno sempre avuto maggiori e più profonde difficoltà a trovare un punto di sintesi efficace.













