Il ruolo dei Paesi europei alla luce della nuova Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
Sui media europei hanno avuto ampio risalto alcuni dei contenuti della nuova Strategia di sicurezza degli Stati Uniti d’America[1], soprattutto nella misura in cui la ridefinizione dei rapporti con l’Europa viene rappresentata con una spregiudicatezza per molti addirittura insultante. Non v’è dubbio che alcune affermazioni colpiscano per la loro enormità, come la previsione dell’erosione della civiltà europea (civilization erasure) causata dall’invasione migratoria, e per la sprezzante mistificazione della realtà, come l’accusa all’Unione europea di minacciare libertà politica e sovranità degli Stati membri (undermine political liberty and sovereignty) e addirittura di soppressione delle opposizioni politiche (suppression of political opposition).
Non ci sono dubbi sul sostrato ideologico che è alla base del nuovo pensiero strategico impostosi a Washington, avverso in maniera ossessiva all’Unione europea.
Il documento ha indubbiamente allarmato i vertici delle Istituzioni europee e non solo, per la drammatica chiarezza sulla posizione USA. Posizione che, nelle sue linee di fondo, non è imputabile all’estemporaneità della seconda Presidenza Trump, come alcuni sperano, bensì rappresenta il punto di caduta di convinzioni in formazione nei circoli populisti e ultraconservatori statunitensi da anni, anche se mai manifestate così apertamente in documenti pubblici, che ora si sono rafforzate tanto da poter essere ufficializzate con brutale chiarezza e che presumibilmente continueranno ad essere perseguite anche oltre il mandato di Trump. Tanto che analisti e think tank autorevoli, seguaci del realismo geopolitico più pessimista, già esortano ad adeguarsi[2].
Molte realtà politiche nazionali, tuttavia, non sembrano aver maturato una piena consapevolezza della portata storica del documento. Per quanto riguarda l’Italia, esemplare la descrizione del silenzio in materia come atteggiamento di “assordante rimozione”[3].
Alle forze politiche europee tradizionalmente pro-Ue, che si definiscano più o meno conservatrici o progressiste ma che non siano per lo svuotamento dall’interno dell’Unione, è necessaria una rapida acquisizione di coscienza: gli Stati Uniti non sono più un alleato, o se si preferisce non sono più un alleato affidabile.
Il concetto stesso di Occidente, per come le élite politiche continentali lo hanno interpretato per decenni, non ha più molto senso né dal punto di vista strategico-difensivo né da quello culturale, se mai ne ha avuto uno. La nuova visione a Washington, nella sua versione estrema e semplificata, è la seguente: dominio USA sulle Americhe (Nord e Sud) e vassallaggio degli Stati europei (liberati da Bruxelles favorendo partiti e movimenti di estrema destra e distruggendo l’Ue in quanto impedimento sovranazionale), affari economici con la Russia di Putin accettando il ripristino di sfere d’influenza, contenimento militare ed economico della Cina e disimpegno da ogni legame e responsabilità in seno a sistemi e istituzioni internazionali, salvo quando siano in gioco interessi nazionali nel senso più stretto. Per l’Europa, in particolare, i rapporti devono concretarsi in imposizione per quanto possibile di forniture energetiche di provenienza USA, smantellamento della capacità regolatoria dell’Unione europea (in tutti i settori, dall’automotive alle piattaforme digitali i cui tecnocrati supportano Trump, dai diritti al commercio) per rendere l’Europa dei piccoli Stati prateria accessibile senza limiti alle esportazioni e al dominio high-tech statunitensi, assunzione da parte degli europei di tutto il peso economico della propria difesa e sicurezza (salvo mantenere un certo grado di “protezione”, mediante la deterrenza nucleare e poco altro, al fine di proteggere la propria zona d’influenza da eventuali ambizioni russe).
Non è un caso che a un certo punto anziché di “alleati” si parli di nazioni “allineate” (aligned sovereign nations). Su tutto, infine, la sovrastruttura ossessivo-ideologica del ristabilimento di una società basata sul suprematismo bianco più o meno dichiarato. Andando oltre la propaganda ideologica relativa all’immigrazione (falsa e mistificatoria come ogni propaganda), la nuova impostazione strategica americana è incardinata su due presupposti molto concreti e, nel profondo, ben poco ideologici.
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Gli Stati Uniti non hanno alcun interesse ad esercitare un ruolo globale, tantomeno a beneficio degli europei, essendo determinati a disimpegnarsi da sistemi e istituzioni internazionali, salvo nel caso in cui sia necessario per tutelare propri interessi nazionali minacciati in modo diretto (salvo che, come visto nell’affaire dazi, non si esita a spacciare per interesse nazionale quel che si vuole). L’obiettivo degli Stati Uniti a guida Trump (ma anche presumibilmente a guida futura diversa, visto che certe analisi e tendenze non sono improvvisate) è il controllo/dominio sul continente americano, il contenimento per quanto possibile della Cina, l’accordo con la Russia di Putin sulla base di rinnovate sfere d’influenza e di affari vantaggiosi per entrambe le parti. L’ottica è quella dei rapporti di forza tra potenze, contraria a ogni sistema sovranazionale di compensazione delle controversie sulla base del diritto: gli organismi internazionali sono intralci alla capacità di negoziare (e di imporre, quando possibile) di quella che è comunque ancora la prima nazione al mondo, per forza militare ed economica. L’hybris che permeava la politica neocon di esportazione della democrazia, tramite soft e soprattutto hard power, si è rivelata fallimentare, controproducente e dispendiosa per gli Stati Uniti: da qui l’avversione a intromettersi negli affari altrui, salvo quando indispensabile per ragioni inevitabili di sicurezza o quando convenga per fare affari. Più che isolazionismo, una nuova declinazione di colonialismo e realpolitik[4].
L’interesse primario degli Stati Uniti è fare affari. Il business è tutto nella mentalità di Trump (e qui cade ogni distinzione tra interesse della nazione e interesse personale) e tutto è ricondotto a business. Parallelamente, i padroni delle nuove tecnologie che sostengono il nuovo corso della politica americana ambiscono al potere smisurato e svincolato da ogni laccio legale o democratico. L’ambizione ai commerci e agli affari, di ogni tipo e con chiunque, deforma la prospettiva dalla quale ci si rapporta con il resto del mondo. Che sia per megalomani auspici di un futuro dominato dalla tecnica e dall’IA o per semplice bulimia di denaro e potere, il risultato non cambia. L’Europa, in questa visione, è un grande mercato che non deve avere forza politica, tanto meno capacità di imporre regole, da riportare a una sorta di stato di vassallaggio, favorendo la disgregazione dell’UE e il recupero di sovranità dei piccoli Stati nazionali, più facilmente manovrabili e ai quali imporre le proprie condizioni.
Nel concreto, in questa fase i settori sui quali si concentra l’interesse americano sono: difesa, regolamentazione, commercio, energia.
Per quanto riguarda la difesa, la fretta di Trump di chiudere la pratica della guerra in Ucraina è una conseguenza dell’ambizione di poter fare affari con la Russia, disimpegnando al contempo almeno una parte delle forze statunitensi basate in Europa (mantenendo però l’agibilità delle basi NATO su territorio europeo, veri assets a disposizione degli USA). Mosca imponga pure limitazioni alla sovranità dei Paesi confinanti, purché lasci all’America quelli che sono già “suoi”. Per questo è urgente che gli europei si facciano carico della difesa convenzionale del continente (ovviamente acquistando sistemi d’arma americani), mantenendo gli Stati Uniti il solo (relativo) onere della deterrenza nucleare, a copertura degli Stati allineati e del relativo mercato.
In materia di regolamentazione, il potere che la UE ha acquisito e impone in molti campi è anatema per Washington. Il potere regolatorio UE impedisce agli americani l’esportazione di troppi prodotti, non conformi alle severe regole europee, e la sua forza regolatoria, impositiva sia in senso stretto, per effetto di Regolamenti e Direttive applicabili all’interno del Mercato unico, che in senso largo, per adeguamento spontaneo di convenienza da parte di imprese e Paesi terzi e per influenza sugli organismi regolatori internazionali (WTO), ha assunto un livello intollerabile. Soprattutto, la UE pretende (sebbene, dal punto di vista di molti osservatori europei, timidamente) di imporre regole ai giganti high-tech statunitensi, alle piattaforme digitali e ai nuovi colossi dell’AI in particolare. I tecno-feudatari alle spalle di Trump e dei gruppi che lo sostengono non ammettono limitazioni al proprio potere sovranazionale, né tantomeno tentativi di reale sviluppo tecnologico europeo (sulla Cina non possono influire più di tanto).
Commercio ed energia sono altri due campi in cui la frammentazione dell’Europa, già tentata istigando divisioni nella faccenda dei dazi, è funzionale all’imposizione stato per stato di condizioni commerciali vantaggiose per gli USA. L’imposizione per quanto possibile di forniture di gas americano, favorita dalla disconnessione dalle forniture russe, è altresì centrale nel mantenimento di una condizione di dipendenza e inferiorità dell’Europa e della sua industria. La stessa demolizione del Green Deal europeo, per cui gli USA spingono in sintonia con tanta parte della politica conservatrice europea, gioca a favore della dipendenza dalle forniture fossili d’oltreoceano.
Questi gli interessi in gioco. Agli europei rispondere.
Note
[1] National Security Strategy of the United States of America, November 2025.
[2] Lucio Caracciolo, Limes, 8 dicembre 2025.
[3] Sergio Fabbrini, Il Sole 24 Ore, 14 dicembre 2025.
[4] V.A., Breaking down Trump’s 2025 National Security Strategy, Brookings, December 8, 2025.
Foto copertina: Da “alleati” a “nazioni allineate”













