Linee invisibili e geografia giuridica: l’evoluzione del “geo-diritto” alla prova della globalizzazione mutevole

Linee invisibili
Linee invisibili

La geografia giuridica della globalizzazione costituisce oggi una fondamentale chiave di lettura per interpretare le trasformazioni dell’ordine internazionale contemporaneo.
In questo scenario, il volume “Linee Invisibili” (Egea, 2025) di Luca Picotti ha il merito di approfondire come il diritto non assolva più esclusivamente alla funzione tradizionale di disciplinare i rapporti tra gli Stati e garantire la cooperazione internazionale, bensì si affermi come un autentico strumento di competizione strategica, attraverso il quale gli attori statali perseguono interessi nazionali, esercitano forme di pressione politica ed economica e consolidano la propria proiezione di potenza. In un contesto internazionale segnato da crescente instabilità, dalla progressiva frammentazione degli ordinamenti giuridici e dall’intensificarsi della rivalità geopolitica, le norme giuridiche assumono una valenza sempre più strategica, contribuendo a ridefinire gli equilibri del potere globale e a tracciare quelle “linee invisibili” di frattura lungo le quali si sviluppano le nuove dinamiche della competizione internazionale.


Di Valentina Chabert

Dal “geo-diritto” alle linee invisibili

Nel contesto internazionale contemporaneo, le trasformazioni più profonde raramente si manifestano in maniera evidente. Al contrario, le dinamiche che determinano gli equilibri geopolitici ed economici agiscono lungo direttrici invisibili, analoghe a placche tettoniche che, pur muovendosi silenziosamente, modificano progressivamente l’assetto dell’intero sistema internazionale. Questa la tesi che emerge dall’illuminante e necessario volume di Luca Picotti “Linee Invisibili” (2025) edito da Egea (Acquista qui), in cui accanto alle tradizionali linee di forza riconducibili alla geografia politica ed economica sembra assumere un’importanza crescente la terza dimensione della geografia giuridica.

“Linee Invisibili” (Egea, 2025) di Luca Picotti
“Linee Invisibili” (Egea, 2025) di Luca Picotti


Lungi dall’essere un concetto lineare ed ampiamente esplorato per via della sua innovatività, quest’ultimo va inteso come l’insieme delle norme, delle giurisdizioni e degli strumenti regolatori che delimitano gli spazi della competizione globale. Una prospettiva interpretativa sviluppata attraverso una rielaborazione del concetto di geo-diritto proposto da Natalino Irti, che nella visione dell’autore consente di leggere la globalizzazione non soltanto come un fenomeno economico fondato sulla libera circolazione di beni, capitali e persone, ma come uno spazio attraversato da confini normativi, giurisdizionali e regolatori che incidono direttamente sulla distribuzione del potere tra gli Stati. In questo senso, il diritto cessa di rappresentare esclusivamente uno strumento volto a garantire ordine, cooperazione e pacifica convivenza tra ordinamenti, assumendo invece il ruolo di leva strategica attraverso cui gli Stati perseguono interessi nazionali, esercitano pressioni economiche e consolidano la propria influenza internazionale.

La geografia giuridica nella crisi dell’ordine internazionale

Come appare ormai evidente da qualche anno a questa parte, l’attuale fase storica si caratterizza per un progressivo indebolimento della capacità del diritto internazionale di svolgere una funzione ordinatrice dell’ordine globale. Parallelamente, si assiste a una crescente affermazione dei diritti nazionali, utilizzati come strumenti di tutela della sicurezza economica, della sovranità tecnologica e degli interessi strategici. In un sistema internazionale sempre più multipolare e competitivo, il diritto diviene esso stesso un fattore di proiezione della potenza statale: chi è in grado di elaborare norme, imporne l’interpretazione e garantirne l’effettiva applicazione attraverso tribunali, autorità regolatorie e apparati amministrativi acquisisce un vantaggio competitivo significativo, potendo limitare o condizionare le capacità operative dei propri concorrenti.
Alla luce di ciò, il volume di Picotti ben evidenzia il fatto che l’interconnessione crescente che caratterizza la globalizzazione ha determinato un parallelo aumento delle linee di frattura tra ordinamenti giuridici. Più le economie risultano integrate, maggiore è il numero delle faglie normative che attraversano il sistema globale, rendendo sempre più complessa la ricerca di soluzioni giuridicamente equilibrate e capaci di assicurare certezza del diritto e prevedibilità regolatoria. Dazi doganali, sanzioni economiche, controlli sugli investimenti esteri, limitazioni all’esportazione di tecnologie sensibili, regolamentazione dei dati e delle infrastrutture digitali costituiscono oggi strumenti attraverso cui gli Stati perseguono obiettivi di natura geopolitica più che esclusivamente economica. Il quadro che emerge è quello di una competizione a somma zero, nella quale le regole non rappresentano più un patrimonio condiviso volto alla crescita collettiva, bensì un mezzo attraverso cui ciascun attore tenta di rafforzare la propria posizione relativa.
Secondo l’autore, sono tre i principali macro-eventi che hanno segnato l’inizio del nuovo decennio e che incarnano la concreta manifestazione della geografia giuridica della globalizzazione: la pandemia da COVID-19, la guerra in Ucraina e l’intensificarsi della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Tali fenomeni hanno profondamente modificato il funzionamento delle catene globali del valore, accelerando processi di frammentazione dell’economia internazionale e favorendo una crescente politicizzazione degli scambi commerciali.
Tra questi, la pandemia ha rappresentato uno shock sistemico senza precedenti, mettendo in evidenza la vulnerabilità delle supply chain globali costruite secondo i principi della delocalizzazione produttiva e della produzione just in time. La chiusura asincrona delle economie nazionali, l’interruzione dei trasporti internazionali e l’adozione di misure unilaterali di blocco delle esportazioni hanno provocato ritardi, inadempimenti contrattuali, rinegoziazioni commerciali e una diffusa instabilità nei mercati internazionali. L’emergenza sanitaria ha così evidenziato la natura profondamente territoriale della globalizzazione, ricordando come essa si fondi soprattutto sull’organizzazione materiale delle catene produttive distribuite tra decine di paesi e giurisdizioni differenti.
Da questa esperienza è nato un profondo ripensamento delle strategie produttive internazionali. Concetti quali reshoring, nearshoring e friendshoring sono entrati stabilmente nel lessico economico, indicando rispettivamente il rientro delle produzioni nei paesi d’origine, il loro trasferimento in aree geograficamente vicine oppure in Stati politicamente affidabili. Parallelamente, il modello just in time è stato progressivamente sostituito da strategie just in case, orientate a garantire maggiore resilienza attraverso scorte più consistenti e una diversificazione delle fonti di approvvigionamento. La sicurezza, la resilienza e l’affidabilità politica dei partner commerciali sono così divenute variabili centrali nelle decisioni economiche, accanto ai tradizionali criteri di efficienza e riduzione dei costi.
La guerra in Ucraina ha ulteriormente accelerato questo processo di ridefinizione della globalizzazione: l’invasione russa ha infatti incrinato l’idea secondo cui l’interdipendenza economica costituisse di per sé un fattore di stabilità e di pace, mettendo in discussione il paradigma del Wandel durch Handel, secondo cui l’intensificazione degli scambi commerciali avrebbe favorito la democratizzazione dei regimi autoritari e ridotto il rischio di conflitti. Al contrario, Picotti ben evidenzia come la dipendenza energetica europea dal gas russo ha dimostrato come le relazioni economiche possano trasformarsi in strumenti di coercizione geopolitica. Di fatto, la necessità di ridurre tale vulnerabilità ha alimentato il dibattito sull’autonomia strategica europea, favorendo la diversificazione delle fonti energetiche e l’individuazione di nuovi fornitori di gas naturale liquefatto e di altre materie prime critiche. Più in generale, il volume di Picotti ha l’originale merito di esplicitare come ogni forma di interdipendenza economica viene oggi sempre più percepita come un potenziale fattore di rischio anziché come una razionale distribuzione internazionale delle risorse. Un mutamento di prospettiva che coinvolge non soltanto il settore energetico, ma anche le filiere tecnologiche, i semiconduttori, le terre rare e tutte quelle risorse considerate essenziali per la sicurezza nazionale.
Parallelamente, l’autore pone al centro della riflessione un ulteriore tema di dibattito internazionale, ossia il fatto che conflitto russo-ucraino abbia dato origine alla più estesa weaponization delle infrastrutture finanziarie mai realizzata in epoca contemporanea. Le sanzioni economiche imposte dai paesi del G7, il congelamento delle riserve della banca centrale russa, le restrizioni ai circuiti finanziari internazionali e le numerose misure di compliance hanno trasformato il diritto economico internazionale in uno dei principali strumenti della guerra contemporanea. Pertanto, le sanzioni, i controlli finanziari e le limitazioni commerciali non costituiscono più strumenti eccezionali, bensì elementi strutturali del commercio internazionale.
Non da ultimo, il principale fattore di trasformazione individuato dall’autore è rappresentato dall’intensificarsi della competizione strategica tra Stati Uniti e Cina. Sebbene il sistema internazionale presenti tratti multipolari, la forza economica, tecnologica e finanziaria delle due maggiori potenze tende a ricondurre l’ordine globale verso una configurazione sostanzialmente bipolare. Al centro della competizione si collocano il controllo delle tecnologie avanzate, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori, delle infrastrutture digitali, dei data center, dei cavi sottomarini, dei satelliti e delle materie prime strategiche. In questo contesto, la globalizzazione continua a essere sostenuta da entrambe le potenze soltanto nella misura in cui essa risulti funzionale ai rispettivi interessi strategici. Da un lato, la Cina promuove l’apertura dei mercati quando essa favorisce la propria capacità esportativa, mantenendo tuttavia politiche fortemente protezionistiche nei comparti tecnologici ritenuti essenziali per il perseguimento della sovranità nazionale. Dall’altro lato, gli Stati Uniti hanno progressivamente intensificato il ricorso a dazi, restrizioni agli investimenti, controlli sulle esportazioni di tecnologie sensibili e programmi di incentivazione industriale, inaugurando una stagione di competizione economico-giuridica sempre più intensa.
Le conseguenze di tale rivalità sono profonde. Le istituzioni multilaterali, a partire dall’Organizzazione Mondiale del Commercio, mostrano crescenti difficoltà nel garantire un’efficace governance delle controversie commerciali, mentre aumentano le misure unilaterali di controllo sugli investimenti esteri, le restrizioni all’export di tecnologie avanzate, le limitazioni alla circolazione dei capitali e le politiche industriali fondate su sussidi pubblici. In un panorama simile, le grandi imprese multinazionali sono sempre più coinvolte nelle dinamiche di competizione strategica, diventando esse stesse oggetto di pressioni politiche, restrizioni regolatorie e conflitti giuridici.

Globalizzazione mutevole

Il quadro proposto dall’autore porta con sé conseguenze profonde che sembrano manifestarsi attraverso una trasformazione delle architetture della globalizzazione: le reti commerciali, un tempo considerate semplici infrastrutture destinate a facilitare gli scambi internazionali, si sono trasformate nei principali teatri della competizione geopolitica contemporanea; le decisioni riguardanti la localizzazione degli investimenti, la scelta dei partner commerciali, la valuta da utilizzare nelle transazioni, la struttura delle catene del valore e la disciplina applicabile ai rapporti economici assumono oggi una rilevanza strategica senza precedenti.
È proprio a questo punto che la geografia giuridica della globalizzazione rappresenta una chiave interpretativa essenziale per comprendere l’evoluzione dell’ordine internazionale contemporaneo: le norme giuridiche non delimitano più soltanto gli spazi della cooperazione tra gli Stati, ma diventano esse stesse strumenti di competizione, di pressione e di esercizio della potenza.
Va parimenti considerato come negli ultimi anni il dibattito scientifico e politico abbia progressivamente abbandonato l’idea di una globalizzazione lineare e irreversibile, dando spazio a concetti quali deglobalizzazione, slowbalization e riglobalizzazione selettiva. Sebbene tali espressioni descrivano prospettive differenti, esse condividono una medesima constatazione: il modello di globalizzazione affermatosi negli ultimi decenni sta attraversando una profonda fase di trasformazione. Tale evoluzione, tuttavia, non coincide con il venir meno dell’integrazione economica internazionale, bensì con una sua progressiva riconfigurazione alla luce delle nuove dinamiche geopolitiche, strategiche e giuridiche. La competizione tra le grandi potenze non determina, infatti, la dissoluzione del sistema degli scambi globali, ma si sviluppa al suo interno, attraversando le infrastrutture economiche, logistiche e normative che sostengono l’economia mondiale. In questo senso va inteso il riferimento dell’autore all’espressione competition in an age of interdependence presa in prestito da Jake Sullivan, che sintetizza efficacemente la natura dell’attuale fase storica: una competizione sempre più intensa che si svolge, tuttavia, in un contesto caratterizzato da una profonda interdipendenza tra economie, imprese e catene globali del valore.
L’analisi della realtà economica evidenzia, infatti, una marcata divergenza tra le narrazioni sulla presunta fine della globalizzazione e il comportamento concreto degli operatori economici. Nonostante la pandemia da COVID-19, la guerra in Ucraina, l’inasprimento dei regimi sanzionatori nei confronti della Russia, le tensioni in Medio Oriente e la crescente rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina, la struttura fondamentale degli scambi internazionali continua a dimostrare una notevole capacità di adattamento. Per Picotti, la globalizzazione – lungi dall’essersi arrestata –  ha mostrato una resilienza superiore alle aspettative, confermando la straordinaria flessibilità delle reti logistiche e produttive che sostengono il commercio mondiale. Tale resilienza trova conferma soprattutto nella capacità delle imprese di reagire agli shock attraverso strumenti di adattamento operativo. La rinegoziazione dei contratti, la diversificazione dei fornitori, la modifica delle rotte commerciali, la riallocazione degli ordini, la revisione delle strategie di approvvigionamento e la gestione dei rischi mediante nuovi strumenti di compliance hanno consentito di preservare la continuità delle catene del valore anche nei momenti di maggiore instabilità. Ogni crisi – dall’interruzione di uno stabilimento produttivo agli eventi climatici estremi, dai conflitti regionali agli attacchi alle principali rotte marittime – genera inevitabilmente costi, ritardi e contenziosi, ma raramente determina l’interruzione definitiva delle reti produttive globali. Più frequentemente, gli operatori economici rispondono attraverso un processo di continua riconfigurazione delle proprie strategie organizzative e logistiche.

Ripensare l’interdipendenza: il reshoring

Alla luce di quanto descritto meticolosamente dall’autore, anche le crisi non rappresentano necessariamente fattori di disgregazione del sistema economico internazionale, ma possono costituire occasioni di trasformazione e innovazione. L’individuazione di nuovi partner commerciali, l’apertura di rotte alternative, l’accelerazione di investimenti tecnologici e persino la semplificazione di procedure amministrative dimostrano come gli shock geopolitici tendano a favorire processi di adattamento piuttosto che fenomeni di collasso sistemico. La macchina logistica globale continua infatti a operare, modificando le proprie configurazioni senza rinunciare ai principi fondamentali dell’interdipendenza economica.
Proprio l’esperienza degli ultimi anni ha stimolato un ripensamento delle modalità di organizzazione delle catene globali del valore: in questo contesto si collocano le strategie di reshoring, nearshoring e friendshoring, finalizzate rispettivamente al rientro delle produzioni nei paesi d’origine, alla loro riallocazione in aree geograficamente prossime oppure in Stati politicamente affidabili. Tra queste strategie, nel volume di Picotti ampio spazio è destinato al reshoring, il quale rappresenta l’obiettivo più ambizioso, ma anche quello maggiormente complesso da realizzare. Riportare la produzione sul territorio nazionale implica infatti molto più della semplice ricollocazione di uno stabilimento industriale: occorre ricostruire interi ecosistemi produttivi, recuperare competenze professionali sviluppatesi nel corso di decenni in altri contesti geografici, sostenere ingenti investimenti infrastrutturali e affrontare costi del lavoro generalmente più elevati. In numerosi settori, inoltre, la specializzazione internazionale raggiunta nel tempo rende estremamente difficile una ricostruzione integrale delle filiere produttive. Il caso dell’industria dei semiconduttori rappresenta un esempio paradigmatico di tale complessità: la produzione di un microchip è il risultato dell’integrazione di competenze distribuite su scala globale: progettazione e proprietà intellettuale prevalentemente statunitensi, macchinari altamente specializzati sviluppati nei Paesi Bassi, capacità manifatturiera concentrata soprattutto a Taiwan e fasi di assemblaggio largamente localizzate in Asia orientale. Ricostruire integralmente una simile filiera all’interno di un unico territorio nazionale richiederebbe investimenti enormi, tempi molto lunghi e competenze difficilmente replicabili nel breve periodo. Per tale ragione, le trasformazioni attualmente osservabili riguardano più frequentemente la diversificazione dei fornitori piuttosto che il completo rimpatrio delle attività produttive. Le imprese tendono infatti a distribuire maggiormente il rischio, individuando partner alternativi e riducendo la dipendenza da singoli paesi, senza tuttavia rinunciare ai vantaggi derivanti dalle reti produttive globali.
Le decisioni di localizzazione produttiva continuano inoltre a essere influenzate da fattori di natura economica difficilmente superabili mediante il solo intervento politico. Il costo del lavoro rimane uno degli elementi principali nelle strategie aziendali, ma si affianca a ulteriori variabili quali il livello di automazione, la disponibilità di personale qualificato, la presenza di un ecosistema industriale consolidato, l’accesso alle materie prime, la stabilità normativa e la flessibilità della disciplina ambientale e del lavoro. In molti casi, pertanto, le logiche dell’impresa seguono criteri differenti rispetto agli obiettivi perseguiti dalla politica estera e industriale degli Stati. Dietro le politiche di reshoring si collocano, infatti, molteplici finalità strategiche: da un lato emerge l’obiettivo di rafforzare la sicurezza economica attraverso catene di approvvigionamento più corte e resilienti; dall’altro, la volontà di rilanciare la manifattura nazionale, incrementare l’occupazione e recuperare consenso politico nelle aree maggiormente colpite dai processi di deindustrializzazione.
Per perseguire tali obiettivi, gli Stati ricorrono principalmente a due strumenti di politica economica: i sussidi pubblici e i dazi doganali. La crescente competizione internazionale ha infatti inaugurato una vera e propria “guerra dei sussidi“, finalizzata tanto al sostegno delle imprese nazionali quanto all’attrazione di nuovi investimenti produttivi. Una logica analoga caratterizza il ricorso ai dazi: attraverso l’imposizione di tariffe sulle importazioni, gli Stati intendono rendere meno competitive le produzioni estere, incentivando contestualmente la localizzazione degli stabilimenti all’interno dei propri confini. Nonostante tali strategie, la riconfigurazione delle catene globali del valore appare destinata a svilupparsi secondo tempi lunghi e con intensità differenti a seconda dei settori produttivi. Le profonde interdipendenze costruite nel corso di decenni, la distribuzione internazionale delle competenze, la specializzazione geografica delle produzioni e i rilevanti costi economici della rilocalizzazione rendono improbabile un ritorno generalizzato a sistemi produttivi esclusivamente nazionali. Più realistico appare uno scenario caratterizzato da una progressiva diversificazione delle filiere, da un maggiore ricorso a partner politicamente affidabili e da un rafforzamento delle misure di sicurezza economica, senza tuttavia compromettere la struttura fondamentale della globalizzazione.

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Quale futuro per la globalizzazione?

Da una lettura approfondita del volume di Picotti, sembra emergere che gli sviluppi più recenti non testimoniano il tramonto della globalizzazione, bensì il suo adattamento a un contesto internazionale profondamente mutato. L’autore ha di fatti dimostrato a più riprese che reti economiche globali continuano a rappresentare l’ossatura del commercio mondiale, nonostante siano oggi attraversate da nuove logiche di sicurezza, resilienza e competizione geopolitica. La globalizzazione, pertanto, non scompare: cambia forma, si regionalizza in alcuni comparti, si diversifica in altri e incorpora sempre più elementi di politica industriale e strategia geopolitica, confermando la propria straordinaria capacità di evolvere senza perdere il proprio ruolo centrale nell’economia internazionale.
Nonostante la diffusione di misure protezionistiche, controlli sugli investimenti, sanzioni economiche e restrizioni tecnologiche, le catene globali del valore, pur sottoposte a forti pressioni, non si sono disgregate, ma hanno riorganizzato le proprie modalità di funzionamento, confermando come l’interdipendenza economica continui a rappresentare un elemento strutturale dell’economia mondiale.
Non meno importante, nel volume è emerso che la complessità delle filiere produttive internazionali – fondate sulla distribuzione delle diverse fasi della produzione tra molteplici ordinamenti giuridici e aree geografiche – rende difficilmente realizzabili processi di rilocalizzazione integrale delle attività produttive. Le ambizioni politiche di accorciamento delle catene del valore si confrontano infatti con una realtà economica caratterizzata da elevati livelli di specializzazione, da una fitta rete di interdipendenze industriali e da significativi vincoli organizzativi. Ne deriva una evidente distanza tra gli obiettivi perseguiti dalle politiche pubbliche e le concrete esigenze delle imprese, le quali continuano a operare secondo logiche di efficienza, flessibilità e contenimento dei costi.
In tale contesto l’autore inserisce una prima analisi sulle politiche commerciali promosse dagli Stati Uniti, culminate nell’annuncio del cosiddetto Liberation Day del 2 aprile 2025. L’inasprimento della politica tariffaria e l’adozione di dazi generalizzati rappresenterebbero per Picotti il tentativo più incisivo di modificare gli attuali assetti del commercio mondiale, intervenendo direttamente sulle convenienze economiche che negli ultimi decenni hanno favorito la delocalizzazione produttiva.
Tuttavia, l’effettiva capacità di tali misure di trasformare la geografia economica internazionale rimane incerta. La loro applicazione deve infatti confrontarsi con la complessità delle moderne catene del valore, con la presenza di numerose deroghe settoriali, con le continue negoziazioni commerciali e con la necessità di preservare l’approvvigionamento di beni strategici.
Per questo motivo l’autore stesso riconosce come prematura la valutazione di tali iniziative come reali elementi inaugurativi di una nuova fase della globalizzazione, domandandosi se costituiscano piuttosto un ulteriore elemento di pressione all’interno di un sistema destinato a rimanere fortemente interconnesso.
Da ultimo, il rimando finale dell’autore al progressivo deterioramento del rapporto di fiducia che aveva favorito l’espansione della globalizzazione appare più che necessario. Per lungo tempo la possibilità di investire all’estero, utilizzare infrastrutture finanziarie internazionali o localizzare attività produttive in ordinamenti differenti si è fondata sulla convinzione che il rischio politico e giuridico fosse sufficientemente contenuto. Oggi tale presupposto risulta profondamente indebolito: le sanzioni economiche, il congelamento di attività finanziarie, la possibilità di nazionalizzazioni, le restrizioni all’utilizzo delle infrastrutture di pagamento internazionali e le difficoltà nell’esecuzione delle decisioni arbitrali oltre confine hanno accresciuto la percezione dell’incertezza giuridica. Ne consegue che il funzionamento della globalizzazione non dipende più soltanto dall’efficienza economica delle reti produttive, ma anche dalla credibilità degli ordinamenti, dalla stabilità delle relazioni internazionali e dalla capacità degli Stati di garantire un quadro normativo prevedibile. In questo scenario, diritto, potere politico e fiducia reciproca si confermano elementi strettamente interconnessi, destinati a influenzare in misura crescente l’organizzazione degli scambi economici internazionali e l’evoluzione dei futuri equilibri geopolitici.


Foto copertina: Linee invisibili