La guerra in Ucraina ha rappresentato uno degli shock più importanti per la politica europea. In questo contesto, il riconoscimento della debolezza del Continente, ha portato alla consapevolezza della necessità di perseguire la strada del riarmo, nonché di una maggiore convergenza tra Paesi: centrali Parigi e Berlino. Cooperazione e competizione tra Francia e Germania che creano, si può dire, lo strano caso di Dr. Jekyll e Mr. Hyde.
A cura di Luigi Parisi e Daniele Orso
La crisi stimola l’integrazione
La caduta dell’Unione Sovietica nel 1991 ha da un lato scardinato la logica bipolare che aveva governato l’Europa e il mondo nei precedenti cinquant’anni, dall’altro ha permesso all’integrazione europea di fare un passo avanti: il risultato è stato il trattato di Maastricht. Successivamente, la storia dell’integrazione è legata a doppio filo ad una serie di emergenze: la crisi economica del 2008 ha permesso di procedere verso l’integrazione bancaria e a un maggior coordinamento delle politiche di bilancio.
La Pandemia del 2020 ha spinto verso un primo timido tentativo di addivenire ad un debito comune[1]. La crisi seguita all’invasione dell’Ucraina ha permesso al tema del riarmo e del coordinamento del settore della difesa di diventare centrale nel dibattito politico europeo.
Il 2022 ha rappresentato un vero e proprio risveglio per l’Europa, che si è scoperta debole e impreparata di fronte alla storia e agli eventi. In un quadro in rapido mutamento, caratterizzato da una diffusa instabilità, le classi politiche europee si sono trovate a gestire non soltanto la propria debolezza interna, ma anche un nuovo modo di agire del più importante alleato: gli Stati Uniti. La richiesta da parte delle amministrazioni USA di un maggiore impegno per quanto riguarda gli investimenti in difesa si è fatta ben più pressante con il ritorno di Trump alla Casa Bianca. L’UE e i suoi Stati membri si sono trovati quindi di fronte alla necessità di considerare il capitolo difesa come fondamentale nel quadro del nuovo mondo multilaterale. Il Re-arm Europe plan, presentato dalla Commissione europea nel 2025 e il libro bianco sulla readiness 2030 vanno in questa direzione e prevedono la possibilità di derogare anche alle norme fiscali europee in un’ottica di preparazione a rispondere a possibili conflitti armati in teatri vicini, politicamente o territorialmente all’Unione.
In questo scenario, anche i singoli Stati si stanno accordando tra loro per mettere a punto nuovi sistema di difesa e collaborare militarmente, nonché cercando di ottenere una leadership europea in materia, perseguendo contemporaneamente i propri interessi nazionali: infatti il Paese che guiderà la difesa del Continente sarà anche quello in grado di influenzarne l’evoluzione politica. La partita non è solo militare.
Lo strano caso di Dr. Jekyll…
Seppur auspicato da molti, l’integrazione in campo della politica estera e della difesa in ambito europeo continua a procedere a rilento e la cooperazione in ambito militare è ancora oggi affidata ad accordi tra gli Stati membri, con un’UE che funge sostanzialmente da forum di incontro, confronto e di finanziamenti. Gli sviluppi degli ultimi anni hanno mutato profondamente il modo di condurre le operazioni militari, portando al centro dell’attenzione dei ministeri della difesa, strumenti che fino a pochi anni fa non erano considerati essenziali.
È il caso dei droni e dei missili che hanno subìto una radicale mutazione nella loro importanza, rendendoli veri e propri pilastri delle strategie militari.
Con l’inizio della guerra in Ucraina, è apparso chiaro che la superiorità aerea non è più ottenibile solamente grazie alla dotazione di tradizionali caccia, bensì attraverso il connubio di massa e precisione a basso costo. Questo cambiamento ha reso fondamentali l’adozione di droni e di strumenti di difesa contro queste tecnologie.
In questo contesto, i droni first person view (FPV) e le loitering munitions (munizioni vaganti/droni kamikaze) hanno democratizzato l’aviazione d’attacco, permettendo di distruggere carri armati da milioni di euro con dispositivi da poche migliaia di euro. Allo stesso tempo, hanno assunto una rilevanza sempre maggiore i missili da crociera e balistici imponendo alle forze armate europee di procedere nella direzione dell’aggiornamento delle proprie difese aeree. Centrale in questo quadro, ad esempio, il sistema Arrow 3 acquistato dalla Germania per la difesa del Paese.
Il riconoscimento dell’impreparazione del complesso militare dei Paesi europei, nonché l’eccessiva dipendenza dagli USA, ha portato al varo di un ampio processo di riarmo, di investimenti nonché al tentativo di ricercare un coordinamento in ambito europeo.
In questo quadro, risulta nuovamente centrale il cosiddetto “motore franco-tedesco”.
Nella consapevolezza di un pesante divario capacitivo con la Russia in materia di missili balistici e da crociera, ad esempio, Parigi e Berlino si sono fatti promotori dell’iniziativa European Long-Range Strike Approach (ELSA). Il progetto, che ha poi coinvolto anche altri Paesi Europei (Italia, Polonia, Regno Unito e Svezia), mira a sanare il cosiddetto deep-strike gap europeo, cioè la riconosciuta mancanza di sistemi d’arma capaci di colpire obiettivi strategici a grande distanza con armamenti convenzionali[2].
Il caso franco-tedesco può dirsi emblematico non soltanto per l’importanza politica di questi Paesi nel quadro dell’UE, ma anche per il ruolo rilevante rivestito dalle forze armate di Parigi e dalla capacità di Berlino di mobilitare ingenti risorse finanziarie.
Il cuore tecnologico della difesa europea risiede nella collaborazione e, talvolta, nella competizione tra Parigi e Berlino.
Negli ultimi anni, infatti, Francia e Germania hanno trovato un terreno di convergenza sempre più evidente nel rafforzamento delle capacità missilistiche europee, considerate ormai centrali per la sicurezza del continente.
Parallelamente, altri programmi europei puntano a sviluppare una nuova generazione di missili da crociera e antinave destinati a sostituire i sistemi oggi utilizzati e frutto di precedenti collaborazioni, come i missili SCALP (frutto dello sviluppo congiunto Anglo Francese a partire dal 1994) e gli Exocet (sviluppati dai francesi sin dal 1968).
Il risultato è l’avvio di un ecosistema missilistico europeo più avanzato e integrato, nel quale la cooperazione franco-tedesca svolge un ruolo centrale.
Un altro progetto in cantiere da oggi al 2040 è quello relativo alla sostituzione dei jet da combattimento francesi, i Rafale, e tedeschi e spagnoli, gli Eurofighter, con una nuova categoria di aerei da combattimento europei di sesta generazione i cosiddetti Future Combat Air System (FCAS). Il progetto lanciato inizialmente nel 2017 da Macron e Merkel ha visto poi unirsi la Spagna e, ad oggi, i tre Paesi condividono quote paritetiche nel finanziamento di questa nuova iniziativa[3]. Nonostante la cooperazione, vi sono ostacoli in particolare riguardo al controllo industriale del progetto, sviluppato da Dassault, Airbus e Indra Sistemas. Se da un lato, a Parigi si ritiene che la leadership industriale debba appartenere alla Francia in virtù del know-how di Dassault, Berlino insiste su una divisione più equilibrata del lavoro, anche al fine di evitare che il progetto si trasformi in un programma dominato dalla Francia. Questa disputa sulla leadership tecnica si è tradotta in lunghi negoziati che hanno affossato, forse definitivamente, il progetto militare europeo tra i più ambiziosi mai proposti in ottica sovranazionale.
Questi interi processi si collocano in un contesto geopolitico segnato da un progressivo ripensamento dell’architettura di sicurezza europea: molti governi ritengono infatti che l’Europa debba sviluppare una maggiore autonomia strategica, rafforzando capacità militari proprie senza però necessariamente sostituire il quadro di sicurezza garantito dalla NATO. In questa prospettiva, la convergenza tra Francia e Germania sui sistemi missilistici rappresenta uno dei pochi ambiti in cui i due paesi sembrano muoversi con una visione relativamente allineata.
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… e Mr. Hyde
Sebbene la ricerca di coordinamento in campo militare, politico e internazionale sia fondamentale in un quadro di incertezza e competizione internazionale, non è possibile non considerare come la collaborazione si scontri spesso con lo scoglio dato da divergenti interessi nazionali.
Parigi, in virtù anche della propria storia, ha tradizionalmente volto il suo sguardo verso il Mediterraneo e l’Africa, mantenendo uno stretto legame con le sue ex colonie.
La proiezione francese, in Africa occidentale e nel Sahel, è andata però deteriorandosi negli ultimi anni a causa della crescente ostilità dei nuovi regimi militari nei confronti di Parigi. Lo scontro ha portato la Francia ad abbandonare avamposti militari ad esempio in Niger, Mali e Burkina Faso.[4].
Parigi sin dalla presidenza di Charles De Gaulle ha ricercato l’autonomia strategica che ha portato il Paese a dotarsi di un’autonoma force de frappe nucleare. A tutt’oggi, seppur indubbiamente indebolita, la Francia continua ad essere una potenza militare importante nello scacchiere internazionale: dotata di autonomia strategica e da autonoma capacità nucleare, possibilità di proiezione internazionale (seppur appannata), un sistema industriale militare nazionale ancora rilevante.
Proprio il possesso dell’arma nucleare è divenuto centrale negli ultimi anni all’interno del dibattito sulla difesa: a più riprese, infatti, Macron ha messo a disposizione il proprio ombrello nucleare a eventuale sostituzione di quello americano[5].
La proposta si basa sull’idea del Presidente Macron che l’Europa debba perseguire con decisione l’ottenimento dell’indipendenza strategica. Un’idea frutto inevitabile delle tensioni che si registrano nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico in particolare a seguito del ritorno di Trump alla Casa Bianca. L’iniziativa ha l’obiettivo da un lato di ampliare il numero di testate nucleare, dispiegando allo stesso tempo aerei da combattimento dotati di ordigni atomici nei Paesi che hanno aderito all’iniziativa (Regno Unito, Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca). L’Italia, che ospita sul suo territorio le testate USA, è stata invitata ma ha deciso di non aderire, una scelta in linea con la posizione più volte espressa dal Governo che considera ancora centrale la difesa collettiva nel quadro della NATO.
È opportuno tuttavia sempre ribadire che queste iniziative si pongono in maniera sussidiaria e non alternativa alla NATO: l’ombrello statunitense è (ancora) necessario per dare credibilità a un sistema tecnologico-militare che subisce lo sconto di tre quarti di secolo di pace e di sicurezza sotto lo scudo americano.
Berlino ha strutturato la propria rilevanza internazionale sulla propria capacità economica e industriale. Dal punto di vista militare, la Germania basato la propria difesa proprio sull’integrazione all’interno del sistema di sicurezza transatlantico, anche in virtù delle costrizioni date dalla sconfitta nell’ultima guerra e dal processo di riunificazione avvenuto negli anni ’90. Questo equilibrio, però, sta mutando rapidamente e ha richiesto anche a Berlino una complessiva rivalutazione della propria struttura militare.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz ha annunciato una svolta strategica (Zeitenwende) che ha portato a un massiccio aumento della spesa militare e alla modernizzazione della Bundeswehr. Una linea perseguita anche dal successore, Friederich Merz, che ha proposto (e ottenuto dal Bundestag) un enorme pacchetto di investimenti militari.
Se questa trasformazione dovesse proseguire nei prossimi anni, la Germania potrebbe diventare la principale potenza militare convenzionale del continente, modificando gli equilibri europei e alimentando interrogativi sul rapporto con la Francia.
La Germania, infatti, sta accelerando la propria forza militare con proiezioni di bilancio per la Difesa che, per il 2026, raggiungeranno cifre record ben superiori agli 80 miliardi di euro, mirate a modernizzare rapidamente l’equipaggiamento del proprio esercito. Contemporaneamente, Berlino sta diversificando le proprie alleanze attraverso accordi bilaterali di fondamentale importanza per garantirsi un ruolo di leadership autonoma.
Un esempio emblematico è il recente accordo, firmato con la Norvegia nel febbraio del 2026, che rafforza la sicurezza marittima nel Nord Atlantico e consolida lo sviluppo congiunto dei sottomarini di classe 212CD e dei missili d’attacco a lungo raggio 3SM Tyrfing[6].
Ancora, il governo tedesco ha stretto i legami con il Regno Unito attraverso il Trinity House Agreement[7], mirato a integrare le rispettive industrie belliche, aprire nuove fabbriche sul suolo britannico e collaborare su sistemi d’arma avanzati.
A questo attivismo europeo si aggiunge il consolidamento dell’asse transatlantico con gli Stati Uniti, sancito dall’accordo per lo schieramento in Germania, a partire dal 2026, di missili a lungo raggio come i Tomahawk, gli SM-6 e armi ipersoniche americane[8].
Questa rete di alleanze parallele conferma la volontà di Berlino di costruire un’architettura di deterrenza ramificata, che non dipenda esclusivamente dalle dinamiche industriali e politiche dell’asse franco-tedesco.
Alcune considerazioni finali
Volendo tracciare una conclusione, le dinamiche a cui stiamo assistendo ricordano il dualismo che infiammò l’Europa continentale alla fine dell’Ottocento. Come la Francia repubblicana uscita dal secondo impero dopo Sedan cercava di uscire dall’isolazionismo e di imporre un modello universale e politicamente coeso sotto la propria guida militare contro la Prussia, il secondo Reich rispondeva costruendo la propria egemonia sulla forza industriale, demografica e su una complessa rete di alleanze bilaterali per mantenere la supremazia che si era conquistata in Europa prima contro l’impero Austro-ungarico e poi contro Napoleone III.
Oggi, le armi non sono puntate l’una contro l’altra, ma la logica sottesa è la medesima della “coesistenza competitiva” della guerra fredda: una corsa pacifica ma spietata per stabilire chi detterà gli standard tecnologici, industriali e, in ultima analisi, politici del Vecchio Continente.
Guardando alle possibili evoluzioni future, è probabile che le traiettorie dei due Paesi continuino a divergere prima di trovare una nuova sintesi. La Germania, superate le incertezze iniziali della sua svolta strategica e spinta da una leadership politica ormai decisa a consolidare una postura militare assertiva, basata sulle forze convenzionali, e priva di complessi storici, continuerà a espandere il proprio bilancio e la propria influenza convenzionale.
La Francia, d’altro canto, si troverà a dover fare i conti con i limiti del proprio bilancio statale, che difficilmente potrà sostenere da solo le ambizioni di una potenza globale a tutto tondo, spingendola a cercare con sempre maggiore insistenza la condivisione degli oneri (e dei benefici, come gli ordigni atomici) con gli alleati europei.
Note
[1] O. Issing, The covid-19 crisis: a Hamilton moment for the European Union?, International Finance, Volume23, Issue2, Summer 2020, Pages 340-347
[2] C. Bryan-Low, France, Germany explore new ballistic missile, ArianeGroup says, 12 febbraio 2026, https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/france-germany-explore-new-ballistic-missile-arianegroup-says-2026-02-12
[3] https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/africa/2026/02/10/che-cose-il-progetto-fcas-il-programma-franco-tedesco-per-i-caccia-di-sesta_generazione
[4] L. Ardesi, Africa: la Francia in cerca di una politica postcoloniale, 29 gennaio 2026, https://www.nigrizia.it/notizia/africa-francia-macron-politica-divorzio
[5] S. Corbet e S. Petrequin, Macron says France will allow temporary deployment of nuclear-armed jets to European allies, 2 marzo 2026, https://apnews.com/article/france-nuclear-weapons-macron-deterrence
[6] https://www.regjeringen.no/en/whats-new/norway-and-germany-sign-a-new-defense-arrangement/id3149055/
[7] https://www.gov.uk/government/publications/uk-germany-trinity-house-agreement-on-defence
[8] X. Liang, U.S. to Deploy Intermediate-Range Missiles in Germany, Settembre 2024, https://www.armscontrol.org/act/2024-09/news/us-deploy-intermediate-range-missiles-germany
Foto copertina: Riarmo europeo: Parigi e Berlino tra cooperazione e competizione













